Dieci anni di smartphone, Greenpeace: l’impatto sul pianeta è devastante

La media di utilizzo è di soli due anni. Occorre riciclare i rifiuti elettronici.

In occasione del World mobile congress di Barcellona, Greenpeace ha presentato il rapporto “From Smart to Senseless: The Global Impact of Ten Years of Smartphones” che sottolinea che «Negli ultimi dieci anni, la produzione e lo smaltimento di smartphone hanno avuto un impatto significativo sul nostro pianeta».

Smatphone-recuperoIl rapporto fornisce una panoramica dell’aumento dell’uso degli smartphone in tutto il mondo, a partire dal lancio del primo IPhone nel 2007, e del loro impatto sul nostro pianeta e rivela che «Dal 2007 sono stati usati per la produzione di smartphone all’incirca 968 TWh, quasi l’equivalente di un anno di fabbisogno energetico dell’India. I dispositivi contribuiscono significativamente alla grande crescita dei rifiuti elettronici prodotti: si prevede di arrivare a 50 milioni di tonnellate nel 2017».

I dati presentati da Greenpeace sono impressionanti:  Dal 2007 a oggi sono stati prodotti 7,1 miliardi di smartphone.   Solo nel 2014, secondo uno studio della United Nations University, sono stati prodotti 3 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici legati alla produzione di smartphone. Meno del 16% dei rifiuti elettronici globali viene riciclato.      Solo due modelli su tredici, esaminati come parte delle ricerca da Greenpeace Usa e iFixit, avevano batterie facilmente sostituibili. Questo significa che, quando la batteria inizia a scaricarsi, i consumatori sono costretti e sostituire l’intero dispositivo. Negli Stati Uniti gli smartphone vengono usati per un periodo medio di 26 mesi (circa due anni).   Nel 2020 le persone che posseggono smartphone saranno 6,1 miliardi, ovvero circa il 70% della popolazione globale.

L’autrice dello studio, Elizabeth Jardim,  corporate campaigner di Greenpeace Usa, sottolinea che «Se tutti gli smartphone prodotti nell’ultimo decennio fossero ancora in uso, ce ne sarebbero abbastanza per ogni persona sul pianeta. I consumatori sono spinti a cambiare telefonino così spesso che la media di utilizzo è di soli due anni: l’impatto sul pianeta è devastante. Quando si considerano tutti i materiali e l’energia richiesta per realizzare questi dispostivi, la loro durata e il basso tasso di riciclo, diventa chiaro che non possiamo continuare su questa strada. Abbiamo bisogno di dispositivi che durino più a lungo e, in sostanza, abbiamo bisogno di aziende che adottino un nuovo modello di produzione circolare».

Per questo Greenpeace chiede all’intero settore IT di «adottare un modello di produzione circolare, in modo da affrontare alla radice molte di queste sfide ambientali».

Secondo Greenpece, «Un caso esemplare è quello di Samsung, che dovrebbe impegnarsi pubblicamente al riciclo del Galaxy Note 7s, riducendo al minimo l’impatto sulle persone e sull’ambiente. Invece non è ancora chiaro cosa intenda fare con i 4,3 milioni di telefonini che ha ritirato dal commercio».

Fonte: greenreport.it

Boicottaggio alla pubblicità gratuita delle scarpe Nike a Padova

Boicottaggio alla pubblicità gratuita delle scarpe Nike a Padova
Ragazzino fa come Dybala e oscura il marchio delle sue scarpe da calcio
Padova, va alle media e gioca all’Arcella: “La Nike dovrebbe aiutare anche chi non sa giocare bene ma si impegna a scuola”

PADOVA. Sabato ha letto la notizia sui giornali e al pomeriggio ha messo in pratica la sua personale ritorsione.

La notizia: il fuoriclasse della Juventus, Paulo Dybala, visto che il contratto con la Nike era scaduto il 1° febbraio, ha oscurato lo sponsor dagli scarpini.

“E io – si è detto Luca Zerbetto, 13 anni, centrocampista dei giovanissimi della Juvenilia B.P., la società di via Tiziano Minio, all’Arcella, Padova – perché mai dovrei fare pubblicità gratuita alla Nike, visto che gli scarpini i miei genitori me li hanno anche dovuti comprare?”

Così non ci ha pensato due volte e anche lui, come il fantasista bianconero, ha oscurato il famoso “baffo” delle sue “Mercurial” ed è entrato in campo con le scarpe perfettamente nere.

“Dybala – ha detto Luca, interista, studente di terza media alla “Giotto” di via del Carmine – fa benissimo a chiedere un sacco di soldi ai suoi sponsor. E’ bravo e chi è bravo merita di essere premiato. Purtroppo (ma so che le cose vanno così) i soldi che finiscono sul suo conto corrente arrivano dagli acquisti che effettuano le nostre famiglie, magari “pressate” da noi ragazzi che ci convinciamo di una cosa che non esiste, ovvero che sia la scarpa che fa il bravo calciatore”.

Ma anche se, come dice lui, “le cose vanno così”, una proposta si è sentito comunque di doverla fare.

“I ragazzi che giocano nelle diverse “academy” o che fanno parte delle formazioni di “selezionati” – ha concluso – hanno una loro gratificazione. Ma ce ne sono tanti altri che pur amando il calcio, pur non mancando ad un allenamento, pur rimanendo qualche volta in panchina e dunque non avendo grandi aspettative, magari sono bravi a scuola. Perché i grandi marchi (non solo la Nike) non si sentono in dovere di premiarne, che ne so, un paio per scuola, fornendo loro i materiali per fare il loro sport preferito? Sarebbe un incentivo e, a conti fatti, si farebbero ulteriore pubblicità, ma con un buon fine”.

(fonte: il mattino di Padova 12 febbraio 2017)

Guida al consumo responsabile di pesce

foto_1Qui trovi una lista aggiornata delle guide al pesce sostenibile proposte da diverse organizzazioni, nel quadro di campagne internazionali, regionali, nazionali o tematiche. Queste guide, più o meno dettagliate, vogliono rendere i consumatori più consapevoli riguardo la situazione delle risorse ittiche.
Non sono comunque prive di contraddizioni o difficoltà di utilizzo. Il punto è che l’argomento è molto complicato: esprimere valutazioni sugli stock di pesce in perpetuo movimento in uno spazio immenso non è cosa semplice. Per di più, il settore ittico (pesca, vendita, trasformazione) è fortemente globalizzato, il che rende la tracciabilità del pesce una questione assai delicata. La complessità dei circuiti commerciali, poi, favorisce le frodi e le manipolazioni.

Questa lista è un aggiornamento e integrazione di quella presente nel sito di Slow Food

LA PESCA SOSTENIBILE

Sostenibile è la pesca che preleva dal mare solo ciò che serve, senza sprechi e utilizzando attrezzi artigianali e che hanno un basso impatto sull’ambiente e la fauna marina. È quella pesca che considera il mare e le sue risorse un bene comune, da tutelare anche per le generazioni future.

Tantissimi pescatori operano in questo modo, sono piccole imprese familiari che pescano nel rispetto delle regole e contribuiscono allo sviluppo delle comunità costiere che dipendono dalla salute del mare.

Ma questi pescatori artigianali vengono schiacciati dal potere della pesca industriale, che domina il mercato del pesce e impoverisce pescando in modo eccessivo e spesso distruttivo.

Solo sostenendo la pesca artigianale e sostenibile possiamo invertire la rotta e aiutare il mare!

Nel Mar Mediterraneo, circa il 90% degli stock ittici è pescato eccessivamente e i mercati sono invasi da pesci catturati con metodi di pesca distruttivi e non sostenibili.  Dobbiamo imparare a consumare meno e meglio!(GreenPeace)

GUIDE AL PESCE SOSTENIBILE


Scegli il pesce giusto – GreenPeace

Ogni volta che facciamo la spesa, con le nostre scelte, possiamo creare un mercato del pesce responsabile, che premia chi pesca nel modo più sostenibile e chi fornisce corrette informazioni ai consumatori. Come? Scegliendo i prodotti giusti!


Guida ai consumi ittici – GreenPeace     (Scarica qui il PDF)

Il principio alla base della guida è “Evitare il peggio, sostenere il meglio e cambiare il resto”.


Tonno in trappola – GreenPeace

Il tonno in scatola è la conserva ittica più venduta sul mercato mondiale, con un volume d’affari che si aggira intorno ai 19,3 miliardi di euro l’anno, ma ben pochi consumatori sanno cosa davvero si nasconde nelle scatolette.

Scopri cosa fanno le aziende italiane, visita il sito Tonno in Trappola e leggi la Classifica rompiscatole.


Guida mangiamoli giusti – Slow Food

La lisca della spesa – Slow Food

Durante l’edizione di Slow Fish 2009, Slow Food ha presentato la guida pratica Mangiamoli Giusti per il consumatore del Mediterraneo che si vuole avvicinare alla tematica del consumo di pesce sostenibile, e una versione ludica e didattica chiamata Lisca della spesa per i bambini. Una guida pratica per scegliere in modo consapevole e sostenibile il pesce da mettere in tavola.


Che Pesci Pigliare – WWF

Guida Tascabile

Questa guida si propone come uno strumento pratico ed intuitivo per il consumatore che vuole acquistare prodotti della pesca secondo i principi della sostenibilità ambientale.

Poster

Commissione Europea e WWF Italia presentano la guida per consumatori CHE PESCI PIGLIARE su come scegliere i pesci di mare sostenibili, guida presentata in occasione del Salone del Gusto Slow Food Terra Madre in corso a Torino, parte del progetto “Inseparabili” della Commissione Europea. La guida, sotto forma di poster, fa parte di un pacchetto di materiali che va ad arricchire gli strumenti disponibili per i consumatori per educarli al rispetto delle taglie dei pesci, in base al regolamento europeo in vigore da tempo, per facilitare ulteriormente i consumatori quando fanno gli acquisti. Non tutti sanno infatti che sotto una certa taglia i pesci non possono essere commercializzati, nonostante le regole siano in vigore da tempo; ad esempio la taglia minima per la cernia è almeno 45 centimetri, per le triglie 11 cm, per la spigola 25 e per l’orata di 20 centimetri.


Mr.Goodfish (World Ocean Network), in 5 lingue.

La campagna “Mr.Goodfish”, promossa dal World Ocean Network, ha come obbiettivo la sensibilizzazione del pubblico e degli addetti al settore della pesca sul tema del consumo responsabile delle risorse marine.

Nel breve periodo, l’obiettivo consiste nella progettazione e realizzazione di adeguati strumenti di comunicazione ed educazione in grado di responsabilizzare i consumatori nei loro acquisti, così da ridurre la pressione antropica derivante della pesca non sostenibile e dalla domanda riguardante le specie maggiormente sfruttate.

Nel medio periodo, l’obiettivo è quello di provare e validare tali strumenti nella fase pilota della campagna presso tre partner: Acquario di Genova (Italia), Aquarium de Finisterrae (Spagna) e Nausicaa, Centre National de la Mer (Francia).


Consumare Giusto

Scarica la Guida in PDF

L’Associazione no profit Consumare Giusto si è costituita all’inizio del 2015, ma l’idea nasce nel 2007.
La mission è diffondere i temi della sostenibilità e del consumo consapevole, al fine di migliorare le condizioni delle risorse rinnovabili e degli ambienti naturali, con particolare riguardo verso quelli marini.


 

In cammino verso un sistema alimentare sostenibile

Il nuovo rapporto di Oxfam “In cammino verso un sistema alimentare sostenibile” presenta un aggiornamento della pagella con cui si valuta la sostenibilità sociale e ambientale delle 10 più grandi multinazionali del cibo e fa un bilancio dei tre anni di campagna.

A febbraio 2013 Oxfam ha lanciato la campagna Scopri il Marchio per sfidare le “Dieci Grandi Sorelle del Cibo” sulle politiche e sulle pratiche di sostenibilità sociale e ambientale lungo la filiera di produzione, e per amplificare in modo critico la voce di soggetti chiave quali produttori agricoli, comunità locali, consumatori e investitori che chiedono a queste aziende di agire per il cambiamento.
Le dieci grandi sorelle del cibo in questi tre anni hanno adottato nuovi impegni di ampia portata volti a migliorare gli standard di sostenibilità sociale e ambientale lungo la catena di produzione. Ora, queste grandi multinazionali devono assicurare che i loro fornitori adeguino effettivamente le loro pratiche
coerentemente agli impegni assunti. E per accelerare la trasformazione verso un sistema alimentare più sostenibile, le aziende devono spingersi ancora oltre, adottando nuovi modelli di business nella loro filiera così da assicurare maggior potere ed una più equa distribuzione dei profitti con i produttori e i
lavoratori che forniscono loro la materia prima.

Le pagelle di Scopri il Marchio si focalizzano sull’analisi comparata delle politiche aziendali di dieci multinazionali del cibo – Unilever, Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Danone, General Mills, Kellogg’, Mars, Mondelez e Associated British Food – attribuendo loro un punteggio su scala da 1 a 10 a ciascuna delle seguenti aree tematiche: trasparenza, terra, acqua, cambiamento climatico, produttori agricoli, lavoratori agricoli e donne.

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Leggi l’articolo su oxfamitalia.org: A 3 anni dal lancio di “Scopri il Marchio” è tempo di bilanci

Scarica qui il rapporto “In cammino verso un sistema alimentare sostenibile

Visita il sito di “Scopri il Marchio

Plasmon toglie l’olio di palma dai biscotti per bambini. Un risultato importante che dimostra l’efficacia della pressione dei consumatori

Biscotto-Plasmon-olio-di-palma-senza-Dopo decine di lettere inviate da mamme e papà indignati per la presenza di olio di palma nei biscotti Plasmon, una petizione online su Change.org e il nostro racconto di una mamma arrabbiata perché non ha mai avuto risposte dall’azienda sul tipo di olio vegetale usato nei biscotti, oggi Plasmon ha deciso di dire stop all’olio tropicale, creando addirittura un pagina web dedicata.

 

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La moda sfrutta i bimbi siriani rifugiati in Turchia

E’ quanto rivela un report di Business and Human Rights Resource Centre (Bhrrc), un’organizzazione non profit che ha chiesto a 28 grandi aziende di svolgere dei controlli approfonditi sul personale impiegato. Ecco quali sono i marchi coinvolti e le loro posizioni a riguardo

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Le fabbriche turche di alcuni grandi marchi della moda internazionale sfruttano i bambini e i rifugiati siriani. A dirlo è un report di Business and Human Rights Resource Centre (Bhrrc), un’organizzazione non profit che ha chiesto a 28 grandi aziende di svolgere dei controlli approfonditi sul personale impiegato nei loro stabilimenti in Turchia. A rivelare la presenza di minori sfruttati sono stati i due grandi marchi Next e H&M. Primark e C&A hanno detto di avere identificato tra i lavoratori dei loro fornitori rifugiati siriani adulti. Altre case, come Adidas, Burberry, Nike e Puma, hanno detto di non aver trovato rifugiati siriani senza documenti nelle aziende da cui si riforniscono. Anche per questo, le Ong temono che il fenomeno sia ancora più diffuso, nonostante sia in discussione un accordo tra Unione Europea e Turchia per oltre 3 miliardi di euro di aiuti in cambio, tra le altre cose, di permessi di lavoro per gli immigrati siriani che, così, alleggerirebbero i flussi diretti verso il Vecchio Continente.

Il timore del Bhrrc è che il problema sia più esteso di quello emerso fino ad oggi. La Turchia è uno dei Paesi dove è forte la presenza di fabbriche che lavorano per i grandi marchi internazionali nel campo dell’abbigliamento. Sono 28 i brand alle quali l’organizzazione ha richiesto un’indagine approfondita sui propri stabilimenti e quelli dei propri fornitori. La risposta di soltanto due tra queste e l’elevato numero di profughi siriani presenti nel Paese, circa 2,5 milioni, fa pensare a Bhrrc che il fenomeno possa essere più vasto e diffuso. Next e H&M, dopo aver svolto i propri controlli, hanno comunque fatto sapere che si adopereranno per garantire a questi bambini un’educazione e supporto alle loro famiglie.

Tra le aziende coinvolte, sostiene il Guardian in una sua inchiesta, ci sarebbe anche il brand italiano Piazza Italia che, secondo quanto il quotidiano inglese, è stato contattato dal giornalista ma non ha voluto rilasciare commenti.

In Turchia questa situazione ha raggiunto numeri preoccupanti, si legge nel report, nonostante alcuni brand abbiano svolto dei controlli per assicurarsi che i rifugiati non siano “in fuga dal conflitto e sottoposti a condizioni lavorative di sfruttamento”. Secondo l’organizzazione sarebbero centinaia di migliaia i rifugiati siriani che lavorano con stipendi inferiori al salario minimo consentito, soprattutto in fattorie e aziende agricole nelle aree più remote del Paese. Esperti del Centre for Middle Eastern Strategic Studies (ORSAM) parlano di almeno 250 mila rifugiati siriani che stanno lavorando illegalmente in Turchia.

Bhrrc si dice preoccupata soprattutto perché “solo poche di queste aziende sembrano tenere in considerazione e monitorare problemi di questo tipo nelle fabbriche dei loro fornitori in Turchia”, tanto che spesso le ispezioni vengono preannunciate, permettendo ai responsabili di coprire le irregolarità: “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.

Non è la prima volta che le vicende legate alla guerra civile siriana e le fabbriche di abiti turche si intrecciano. Secondo alcuni report, loStato Islamico controllerebbe circa il 75% dei campi di cotone siriani, con il prodotto finale che, come succedeva prima dello scoppio de conflitto, nel 2011, viene esportato in gran parte in Turchia, dove poi viene utilizzato per la produzione di abiti destinati ai negozi occidentali. Una situazione che permetterebbe agli uomini di Abu Bakr Al Baghdadi di arricchirsi grazie a un mercato che ha come cliente finale i cittadini europei e americani.

ilfattoquotidiano.it – 01 febbraio 2016

Coca Cola in ritirata dal Rajasthan: vincono i contadini

Da oltre 10 anni villaggi e comunità rurali si erano mobilitati contro il gruppo accusandolo di derubare le risorse idriche destinate alle campagne132602288-3fba3ef7-9c23-4dd7-ba54-835833b4794d

MILANO – Il Rajasthan indiano ferma la Coca Cola e costringe il colosso americano a battere in ritirata sospendendo l’imbottigliamento della bibita in tre impianti del Paese. Il gigante statunitense ha quindi ceduto alla pressioni che proseguono da oltre 10 anni durante i quali numerosi villaggi e comunità rurali in India si sono mobilitati, con proteste, manifestazioni, boicottaggi e liti legali, contro la Coca Cola e la Pepsi Cola, accusandole di derubare le risorse idriche destinate alle campagne, di usurpare le terre delle comunità contadine e di inquinare il suolo, attraverso il rilascio nel terreno di sostanze chimiche usate per il riutilizzo delle bottiglie.

In India l’agricoltura utilizza il 91% dell’acqua piovana, contro il 7% utilizzato dalle aree urbane e il 2% dall’industria. Gli impianti di imbottigliamento della Coca Cola (e della rivale Pepsi) sono accusati di consumare enormi quantità di acqua per la produzione delle bevande e il lavaggio delle bottiglie, a scapito proprio dei lavori agricoli della zona. Coca Cola ha sempre respinto le accuse, ma è stata anche costretta, nel corso di oltre un decennio, a ritirare molte domande di permessi per lo sfruttamento idrico delle falde acquifere.

Adesso la Hindustan Coca Cola ha annunciato di aver deciso la riorganizzazione operatività delle sue 24 società di imbottigliamento che operano in India e di aver deciso di chiudere l’impianto di Kaladera e altri due stabilmenti, uno nel Meghalaya e l’altro nell’Andhra Pradesh. Il gruppo sostiene che si tratti di impianti vecchi che verranno riutilizzati come magazzini. Nel 2005, la Coca Cola aveva già chiuso un impianto di imbottigliamento nel Kerala, sull’onda delle proteste delle comunità rurali, mentre nel Rajasthan sono almeno 25 mila i contadini che si sono battuti contro gli impianti americani e adesso accolgono con soddisfazione la decisione dell’azienda.

“Siamo contenti – dice Mahesh Yogi, uno dei capi della protesta contro il colosso Usa – L’impianto consumava il livello delle falde lasciandoci senz’acqua per irrigare i campi”. “Il vero problema – replica un portavoce della Coca Cola – è che gli sforzi degli ambientalisti dovrebbero includere dei passi per costringere gli agricoltori a usare l’acqua in modo più efficiente”.

 

fonte: repubblica.it – 12-02-2016

LA DENUNCIA DI AMNESTY – Morire di cobalto. Sotto accusa le multinazionali

Amnesty International e Afrewatch: lavoro minorile e sfruttamento per il cobalto degli smart phone e delle batterie delle automobili

CS010: 19/01/2016
In un rapporto pubblicato oggi, Amnesty International e Afrewatch hanno chiesto alle aziende di apparecchi elettronici e alle fabbriche automobilistiche di dimostrare che il cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo grazie al lavoro minorile non viene usato nei loro prodotti.

Il rapporto ricostruisce il percorso del cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo: attraverso la Congo Dongfang Mining (Cdm), interamente controllata dal gigante minerario cinese Zheijang Huayou Cobalt Ltd (Huayou Cobalt), il cobalto lavorato viene venduto a tre aziende che producono batterie per smart phone e automobili: Ningbo Shanshan e Tianjin Bamo in Cina e L&F Materials in Corea del Sud. Queste ultime riforniscono le aziende che vendono prodotti elettronici e automobili.

Ai fini della stesura del rapporto, Amnesty International ha contattato 16 multinazionali che risultano clienti delle tre aziende che producono batterie utilizzando il cobalto proveniente dalla Huayou Cobalt o da altri fornitori della Repubblica Democratica del Congo: Ahong, Apple, BYD, Daimler, Dell, HP, Huawei, Inventec, Lenovo, LG, Microsoft, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen e ZTE.

Una ha ammesso la relazione, quattro hanno risposto che non lo sapevano, cinque hanno negato di usare cobalto della Huayou Cobalt, due hanno respinto l’evidenza di rifornirsi di cobalto della Repubblica Democratica del Congo e sei hanno promesso indagini.
cobalto-lavoro-minorile-congo-bambini-350x249Nessuna delle 16 aziende è stata in grado di fornire informazioni dettagliate, sulle quali poter svolgere indagini indipendenti per capire da dove venga il cobalto.

Il fatto certo è che la Repubblica Democratica del Congo produce quasi la metà del cobalto a livello mondiale e che oltre il 40 per cento del cobalto trattato dalla Huayou Cobalt proviene da quello stato.

Mentre le aziende produttrici di apparecchi elettronici o batterie automobilistiche fanno lucrosissimi profitti, calcolabili in 125 miliardi di dollari l’anno, e non riescono a dire da dove si procurano le materie prime, nella Repubblica Democratica del Congo i bambini minatori – senza protezioni fondamentali come guanti e mascherine – perdono la vita: almeno 80, solo nel sud del paese, tra settembre 2014 e dicembre 2015 e chissà quanto questo numero è inferiore a quello reale.

Secondo l’Unicef, nel 2014 circa 40.000 bambini lavoravano nelle miniere delle regioni meridionali della Repubblica Democratica del Congo. Prevalentemente, nelle miniere di cobalto.

Come Paul, 14 anni, orfano. È uno degli 87 minatori o ex minatori incontrati da Amnesty International in vista del rapporto. Ha iniziato a lavorare nella miniera a 12 anni. Ha già i polmoni a pezzi:

“Passo praticamente 24 ore nei tunnel. Arrivo presto la mattina e vado via la mattina dopo. Riposo dentro i tunnel. La mia madre adottiva voleva mandarmi a scuola, mio padre adottivo invece ha deciso di mandarmi nelle miniere”.

Il cobalto è al centro di un mercato globale privo di qualsiasi regolamentazione. Non è neanche inserito nella lista dei “minerali dei conflitti” che comprende invece oro, coltan, stagno e tungsteno.

FINE DEL COMUNICATO                                                                         Roma, 19 gennaio 2016
Il rapporto “This is what we die for: Human rights abuses in the Democratic Republic of the Congo power the global trade in cobalt” è disponibile all’indirizzo: https://www.amnesty.org/en/documents/afr62/3183/2016/en e presso l’Ufficio Stampa di Amnesty International Italia.

Per approfondimenti e interviste: Amnesty International Italia – Ufficio Stampa

Fonte: Amnesty International – Sezione Italiana

I PICCOLI SCHIAVI DEL BANGLADESH. Ecco i bambini che fanno i nostri jeans. Per 28 centesimi di euro al giorno

Toccante e sconcertante il reportage di Rai News sulle condizioni di vita dei bambini in Bangladesh, costretti a cucire jeans per 18 ore al giorno.

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RaiNews 01 DICEMBRE 2015. Queste fotografie raccontano la triste realtà di migliaia di bambini in Bangladesh, costretti a cucire jeans per 18 ore e a 20 pence (poco più di 28 centesimi di euro) al giorno. Nonostante le continue campagne di informazione e la randomica indignazione internazionale, un fotografo ha rivelato sia la criminale mancanza di controlli e l’esistenza di fabbriche clandestine tuttora ignorata, sia il quotidiano allucinante dei bambini che ci lavorano. Si tratta di squallidi laboratori non registrati, nei quali si confezionano pantaloni per gli occidentali.

Guarda le altre immagini: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Bangladesh-Ecco-i-bambini-che-fanno-i-nostri-jeans-Per-20-pence-al-giorno-085ea1ce-8f92-473c-824c-d7365953c31d.html

TAZREEN: Le multinazionali non pagano

Un contributo diretto al fondo di risarcimento per i familiari delle vittime e per i sopravvissuti dell’incendio alla fabbrica Tazreen di Dhaka in Bangladesh. È la richiesta avanzata dalla Clean Clothes Campaign,presente in Italia con la sua sezione Campagna Abiti Puliti, e dal Labor Rights Forum ai clienti internazionali della fabbrica come l’americana

Laboratorio tessile bruciato in un incendio. Fonte: rapporto H&M in Bangladesh, Clean Clothes Campaign, ottobre 2015

Laboratorio tessile bruciato in un incendio. Fonte: rapporto H&M in Bangladesh, Clean Clothes Campaign, ottobre 2015

Walmart, la sezione spagnola de El Corte Ingles, il distributore tedesco KIK, C&A e Sean John’s Enyce brand, oltre ad altri marchi collegati come Edinburgh Woollen Mill (UK), KarlRieker (Germania), Teddy Smith (Francia), le americane Disney, Sears, Dickies e Delta Apparel e l’italiana Piazza Italia.

L’appello, ribadito con una nota diffusa ieri, arriva alla vigilia del terzo anniversario del disastro (24 novembre 2012) costato la vita a 112 persone. “Quando divampò l’incendio, i lavoratori restarono intrappolati nella fabbrica: le uscite erano bloccate e l’unico modo per scappare era buttarsi dalle finestre dei piani alti” ricordano i promotori della campagna. “Più di cento lavoratori rimasero feriti saltando da quelle finestre al terzo e quarto piano, con lesioni alla schiena e alla testa che hanno causato molto dolore”.

Un accordo per coprire la perdita di reddito e le spese mediche è stato siglato lo scorso anno da IndustriALL Global Union, la Clean Clothes Campaign, C&A e la C&A Foundation. L’intesa, ricorda la nota, “ha portato alla creazione del Tazreen Claims Administration Trust, che sovrintende il processo per le richieste di rimborso, collabora con le organizzazioni che rappresentano le famiglie e raccoglie fondi per effettuare i pagamenti. Le famiglie degli operai morti nel rogo hanno cominciato a registrare le loro richieste e oggi il Trust ha lanciato un nuovo sito web (http://tazreenclaimstrust.org), che fornisce informazioni sul processo e dettagli su come possono essere effettuate le donazioni”.

Gli attivisti hanno chiesto da tempo ai marchi con un fatturato di oltre 1 milione di dollari di versare almeno 100 mila dollari nel Trust Fund. “C&A e Li & Fung (che si riforniva per conto di Sean Paul) si sono già impegnate ad effettuare versamenti” ricorda la nota. “La tedesca KiK, attualmente coinvolta in una controversia per quanto riguarda il suo rifiuto di negoziare il risarcimento delle vittime dell’incendio alla Ali Enterprises, ha ora accettato di effettuare un versamento”.

Ma l’impegno, al momento, non è stato condiviso da tutti. “Il più grande cliente della Tazreen, Walmart, non ha ancora corrisposto un centesimo per le vittime e i loro familiari. Eppure nel 2014 aveva dichiarato pubblicamente la volontà di voler contribuire con 3 milioni di dollari attraverso la BRAC USA per le vittime del Rana Plaza e di altre tragedie dell’industria tessile del Bangladesh. 1 milione di dollari lo ha versato nel Rana Plaza Trust Fund, 92 mila dollari li ha forniti per le cure mediche. Cosa intende fare con il restante 1,1 milione di dollari promesso?”. Ad oggi, osservano ancora gli attivisti, “anche le intenzioni della sezione spagnola del El Corte Ingles non sono chiare, visto che, pur avendo partecipato al Comitato iniziale incaricato di portare avanti il processo sul Rana Plaza, non si è ancora impegnato per nulla sul caso Tazreen”.

Proprio i mancati contributi, unitamente alla scarsa attività di prevenzione e controllo sulle condizioni dei lavoratori della catena di fornitura, evidenzierebbero secondo gli attivisti il persistente problema di una sostanziale carenza regolamentare. Un argomento, quest’ultimo, che sarà al centro dell’incontro del prossimo 21 novembre a Torino (qui il programma) quando, nella cornice dell’ex Birrificio Metzger (via Bogetto 4/g, inizio del dibattito alle ore 10:30), attivisti, esperti del settore e istituzioni discuteranno sulle strategie e gli strumenti utili “per proteggere in maniera più efficiente ed efficace i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici nel mondo”.

Fonte: valori.it – 18-11-2015

http://www.valori.it/economia-solidale/tazreen-e-le-multinazionali-che-non-pagano-10758.html