Documentario sui cambiamenti climatici: Before The Flood – Punto di non ritorno

Before The Flood – Punto di non ritorno, è il documentario con Leonardo DiCaprio sui cambiamenti climatici e sul riscaldamento globale che è disponibile gratis online su National Geographic Channels e Youtube sia in inglese che in italiano.

image1-667x506Il documentario è diretto da Fisher Stevens e al progetto ha partecipato anche Martin Scorsese come produttore esecutivo.

Il documentario è nato per raccontare l’impatto devastante dei cambiamenti climatici sul nostro Pianeta. Before The Flood vuole essere un appello a tutto il mondo per la salvaguardia della Terra. Ha una durata di 90 minuti ed è il frutto di uno studio di tre anni sul tema dei cambiamenti climatici. National Geographic per consentirne la visione a tutti ha deciso di pubblicarlo anche online in modalità completamente gratuita.

Per vedere tutto il documentario sul sito di National Geographic Channels (collegamenti aggiornati).

Salviamo la nostra madre Terra! Custodiamo l’acqua e coltiviamo il sole!

Salviamo la nostra madre Terra!

Custodiamo l’acqua e coltiviamo il sole!

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Digiuno e preghiera in Piazza S. Pietro (Roma)

sabato 2 aprile 2016 (dalle 12.00 alle 15.00)

Laudato si’! La bella enciclica di papa Francesco invita con forza tutta l’umanità a custodire la casa comune che è sorella e madre terra, mediante il mandato biblico del “custodire e coltivare” il giardino del mondo (LS 67).

Papa Francesco denuncia con forza i gravi problemi che stanno inquinando e degradando questa grande opera di Dio, che ci è stata data come dono e che rischiamo di consegnarla alle nuove generazioni come veleno. Due sono i clamori, secondo l’enciclica, che dobbiamo ascoltare e che esigono il cambiamento di rotta: il grido della terra e dei poveri.

Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora” (Laudato si’ n. 2).

Laudato si’ dichiara, per ben 21 volte, che il nostro stile di vita è insostenibile e che bisogna puntare su un altro stile di vita (cap. VI), facendo richiesta, almeno 35 volte, di nuovi stili di vita che devono essere vissuti a tre livelli: personale, comunitario e politico.

Papa Francesco convoca tutta l’umanità a custodire con forza i beni di sorella madre terra, come l’acqua, dedicando addirittura 5 numeri dell’enciclica (LS 27-31): “Mentre la qualità dell’acqua disponibile peggiora costantemente, in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato. In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani” (LS 30).

Purtroppo, il nostro governo italiano sta facendo scelte politiche verso la privatizzazione dell’acqua, affossando così il voto popolare del referendum del 2011 che si era manifestato contro la privatizzazione dell’acqua. Infatti, nell’ultima Legge di Stabilità si favoriscono esplicitamente le privatizzazioni, incentivando gli enti locali a cedere quote di partecipazione detenute in aziende di servizi pubblici. Inoltre, proprio in questi giorni, nella Commissione Ambiente della Camera, dove si sta discutendo la legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua, che nel 2007 aveva avuto oltre 400.000 firme ed è finalmente approdata ora nelle Camere, c’è stato un blitz da parte del governo Renzi-Madia, facendo approvare un emendamento che abroga l’articolo 6 del progetto di legge di iniziativa popolare, eliminando così il cuore della legge che obbligava la gestione pubblica dei servizi idrici.

Laudato si’ affronta anche il problema dell’energia fossile: “Perciò è diventato urgente e impellente lo sviluppo di politiche affinché nei prossimi anni l’emissione di biossido di carbonio e di altri gas altamente inquinanti si riduca drasticamente, ad esempio, sostituendo i combustibili fossili e sviluppando fonti di energia rinnovabile. Nel mondo c’è un livello esiguo di accesso alle energie pulite e rinnovabili. C’è ancora bisogno di sviluppare tecnologie adeguate di accumulazione” (LS 26).

Nonostante la richiesta dell’ONU e di tante altre istituzioni autorevoli di abbandonare le energie fossili e puntare sulle energie rinnovabili, il nostro governo italiano è ancora intestardito sulle energie fossili, autorizzando le trivellazioni sui mari per raccogliere misure esigue di gas e petrolio, anche se l’Italia si è impegnata alla Conferenza sul clima di Parigi 2015, Cop21, di sostenere le energie rinnovabili per uscire da quelle fossili. Purtroppo, il governo Renzi non ha ancora calendarizzato la discussione in Parlamento per la firma dell’accordo di Cop21. Così, l’Italia rischia di non esserci il prossimo 22 aprile a New York, quando le nazioni del mondo si ritroveranno per la firma dell’accordo.

Ecco quindi l’importanza del referendum popolare del 17 aprile per poter bloccare le trivellazioni sui mari, spingendo il nostro paese ad impegnarsi a coltivare il sole senza più buchi nell’acqua.

Laudato si’ convoca tutta l’umanità a sentire una grave responsabilità verso il creato come l’opera di Dio e il giardino del mondo, nel custodire e coltivare la terra, l’acqua, l’aria e tutti gli altri doni di Dio Creatore.

Impegniamoci quindi:

  • a custodire l’acqua come bene comune lottando contro ogni forma di mercificazione e privatizzazione. Facciamo rispettare la volontà popolare del referendum sull’acqua del 2011, invitando i comuni alla gestione diretta della propria acqua, come ha fatto Napoli, passando da S.P.A. ad azienda speciale;

  • a coltivare il sole per valorizzare la grande potenzialità dell’energia solare, senza più fare buchi nei mari e nel suolo per estrarre le energie fossili che sono altamente inquinanti. Partecipiamo quindi al referendum del 17 aprile contro le trivellazioni dei mari e della terra. Il petrolio deve rimanere sotto terra.

Come abbiamo fatto in occasione del referendum sull’acqua, invitiamo tutti gli uomini e le donne che si sentono missionari(e) del Creato a trovarci in Piazza San Pietro, a Roma, sabato 2 aprile 2016 alle ore 12:00, per fare digiuno, preghiera e condivisione, mettendoci in comunione con tutta la creazione e con il suo Creatore, in modo da ritrovare la forza e il coraggio di custodire “nostra sora madre terra“.

Padova – Napoli, 16 marzo 2016

Adriano Sella, missionario del creato e dei nuovi stili di vita

Alex Zanotelli, missionario comboniano

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L’Italia non si trivella

Se non fermiamo le trivelle, il mare finirà nelle mani dei petrolieri.logo

Sì, perché puntare tutto sulle poche gocce di petrolio presenti sotto i nostri fondali vuol dire condannare il Paese alla dipendenza energetica dalle fonti fossili e dall’import, danneggiare il turismo, la pesca e le economie costiere, penalizzare le fonti rinnovabili. Affidarsi ai petrolieri vuol dire non far crescere l’occupazione, tenere le casse pubbliche a secco, smentire gli impegni che l’Italia ha preso dinanzi al mondo intero per la salvaguardia del clima. È un fallimento certo.

Sosteniamo da anni che trivellare i nostri fondali in cerca di petrolio è una pazzia che conviene solo a pochissimi, e in nessun modo alla comunità: il governo sta svendendo la bellezza del nostro Paese e i suoi mari per pochi spiccioli, perché le nostre royalties sono tra le più basse al mondo.

Per spiegare l’inutilità e il danno delle trivelle abbiamo solcato i nostri mari, da Genova a Trieste; abbiamo manifestato al fianco delle popolazioni locali contro i progetti che minaccia[va]no i loro litorali; abbiamo incontrato cittadini, amministratori, movimenti. Abbiamo occupato per giorni una piattaforma petrolifera e protestato persino dentro al Parlamento, mentre si votava lo Sblocca Italia.

Renzi, e quanti prima di lui hanno curato gli interessi dei petrolieri, non hanno ascoltato la nostra protesta. Solo la minaccia del referendum li ha fatti retrocedere su alcuni punti del loro piano “fossile”. Nel frattempo, il movimento contro le trivelle è cresciuto e oggi sfida la politica del governo.

Nove regioni hanno promosso un referendum per chiedere agli italiani da che parte stanno: con il mare, con le energie pulite, con la bellezza e l’integrità delle nostre coste e delle nostre acque, o con le lobby fossili. Dare una risposta chiara ora spetta a tutti noi.

Il governo sta tentando di scongiurare l’espressione del voto popolare con tutti i mezzi, arrivando a sprecare centinaia di milioni (che si sarebbero risparmiati con un Election Day) solo per scegliere la data di voto che più di ogni altra mette a rischio il quorum e comprime i tempi del confronto e dell’informazione.

È tempo di scegliere. Se non lo facciamo noi lo faranno i petrolieri.

L’ITALIA NON SI TRIVELLA. Dillo forte e chiaro il 17 aprile: VOTA SÌ.

Fonte: greenpeace.org

La moda sfrutta i bimbi siriani rifugiati in Turchia

E’ quanto rivela un report di Business and Human Rights Resource Centre (Bhrrc), un’organizzazione non profit che ha chiesto a 28 grandi aziende di svolgere dei controlli approfonditi sul personale impiegato. Ecco quali sono i marchi coinvolti e le loro posizioni a riguardo

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Le fabbriche turche di alcuni grandi marchi della moda internazionale sfruttano i bambini e i rifugiati siriani. A dirlo è un report di Business and Human Rights Resource Centre (Bhrrc), un’organizzazione non profit che ha chiesto a 28 grandi aziende di svolgere dei controlli approfonditi sul personale impiegato nei loro stabilimenti in Turchia. A rivelare la presenza di minori sfruttati sono stati i due grandi marchi Next e H&M. Primark e C&A hanno detto di avere identificato tra i lavoratori dei loro fornitori rifugiati siriani adulti. Altre case, come Adidas, Burberry, Nike e Puma, hanno detto di non aver trovato rifugiati siriani senza documenti nelle aziende da cui si riforniscono. Anche per questo, le Ong temono che il fenomeno sia ancora più diffuso, nonostante sia in discussione un accordo tra Unione Europea e Turchia per oltre 3 miliardi di euro di aiuti in cambio, tra le altre cose, di permessi di lavoro per gli immigrati siriani che, così, alleggerirebbero i flussi diretti verso il Vecchio Continente.

Il timore del Bhrrc è che il problema sia più esteso di quello emerso fino ad oggi. La Turchia è uno dei Paesi dove è forte la presenza di fabbriche che lavorano per i grandi marchi internazionali nel campo dell’abbigliamento. Sono 28 i brand alle quali l’organizzazione ha richiesto un’indagine approfondita sui propri stabilimenti e quelli dei propri fornitori. La risposta di soltanto due tra queste e l’elevato numero di profughi siriani presenti nel Paese, circa 2,5 milioni, fa pensare a Bhrrc che il fenomeno possa essere più vasto e diffuso. Next e H&M, dopo aver svolto i propri controlli, hanno comunque fatto sapere che si adopereranno per garantire a questi bambini un’educazione e supporto alle loro famiglie.

Tra le aziende coinvolte, sostiene il Guardian in una sua inchiesta, ci sarebbe anche il brand italiano Piazza Italia che, secondo quanto il quotidiano inglese, è stato contattato dal giornalista ma non ha voluto rilasciare commenti.

In Turchia questa situazione ha raggiunto numeri preoccupanti, si legge nel report, nonostante alcuni brand abbiano svolto dei controlli per assicurarsi che i rifugiati non siano “in fuga dal conflitto e sottoposti a condizioni lavorative di sfruttamento”. Secondo l’organizzazione sarebbero centinaia di migliaia i rifugiati siriani che lavorano con stipendi inferiori al salario minimo consentito, soprattutto in fattorie e aziende agricole nelle aree più remote del Paese. Esperti del Centre for Middle Eastern Strategic Studies (ORSAM) parlano di almeno 250 mila rifugiati siriani che stanno lavorando illegalmente in Turchia.

Bhrrc si dice preoccupata soprattutto perché “solo poche di queste aziende sembrano tenere in considerazione e monitorare problemi di questo tipo nelle fabbriche dei loro fornitori in Turchia”, tanto che spesso le ispezioni vengono preannunciate, permettendo ai responsabili di coprire le irregolarità: “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.

Non è la prima volta che le vicende legate alla guerra civile siriana e le fabbriche di abiti turche si intrecciano. Secondo alcuni report, loStato Islamico controllerebbe circa il 75% dei campi di cotone siriani, con il prodotto finale che, come succedeva prima dello scoppio de conflitto, nel 2011, viene esportato in gran parte in Turchia, dove poi viene utilizzato per la produzione di abiti destinati ai negozi occidentali. Una situazione che permetterebbe agli uomini di Abu Bakr Al Baghdadi di arricchirsi grazie a un mercato che ha come cliente finale i cittadini europei e americani.

ilfattoquotidiano.it – 01 febbraio 2016

Coca Cola in ritirata dal Rajasthan: vincono i contadini

Da oltre 10 anni villaggi e comunità rurali si erano mobilitati contro il gruppo accusandolo di derubare le risorse idriche destinate alle campagne132602288-3fba3ef7-9c23-4dd7-ba54-835833b4794d

MILANO – Il Rajasthan indiano ferma la Coca Cola e costringe il colosso americano a battere in ritirata sospendendo l’imbottigliamento della bibita in tre impianti del Paese. Il gigante statunitense ha quindi ceduto alla pressioni che proseguono da oltre 10 anni durante i quali numerosi villaggi e comunità rurali in India si sono mobilitati, con proteste, manifestazioni, boicottaggi e liti legali, contro la Coca Cola e la Pepsi Cola, accusandole di derubare le risorse idriche destinate alle campagne, di usurpare le terre delle comunità contadine e di inquinare il suolo, attraverso il rilascio nel terreno di sostanze chimiche usate per il riutilizzo delle bottiglie.

In India l’agricoltura utilizza il 91% dell’acqua piovana, contro il 7% utilizzato dalle aree urbane e il 2% dall’industria. Gli impianti di imbottigliamento della Coca Cola (e della rivale Pepsi) sono accusati di consumare enormi quantità di acqua per la produzione delle bevande e il lavaggio delle bottiglie, a scapito proprio dei lavori agricoli della zona. Coca Cola ha sempre respinto le accuse, ma è stata anche costretta, nel corso di oltre un decennio, a ritirare molte domande di permessi per lo sfruttamento idrico delle falde acquifere.

Adesso la Hindustan Coca Cola ha annunciato di aver deciso la riorganizzazione operatività delle sue 24 società di imbottigliamento che operano in India e di aver deciso di chiudere l’impianto di Kaladera e altri due stabilmenti, uno nel Meghalaya e l’altro nell’Andhra Pradesh. Il gruppo sostiene che si tratti di impianti vecchi che verranno riutilizzati come magazzini. Nel 2005, la Coca Cola aveva già chiuso un impianto di imbottigliamento nel Kerala, sull’onda delle proteste delle comunità rurali, mentre nel Rajasthan sono almeno 25 mila i contadini che si sono battuti contro gli impianti americani e adesso accolgono con soddisfazione la decisione dell’azienda.

“Siamo contenti – dice Mahesh Yogi, uno dei capi della protesta contro il colosso Usa – L’impianto consumava il livello delle falde lasciandoci senz’acqua per irrigare i campi”. “Il vero problema – replica un portavoce della Coca Cola – è che gli sforzi degli ambientalisti dovrebbero includere dei passi per costringere gli agricoltori a usare l’acqua in modo più efficiente”.

 

fonte: repubblica.it – 12-02-2016

Commercio: con gli accordi TTIP i piccoli imprenditori dell’agroalimentare saranno schiacciati

Lo confermano 2 rapporti diffusi dal Dipartimento dell’agricoltura Usa. Non soltanto creerà difficoltà serie, ma tornerà a favore degli stessi Stati Uniti in maniera prepotente rispetto ai benefici dell’Europa unita

15_02_17-ttip_slideROMA  – Sono 2 studi quasi manicali americani, diffusi dalla Campagna StopTtip, ad affermare chiaramente i benefici che gli Usa potranno trarre dagli accordi sul Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (in inglese, Transatlantic Trade and Investment Partnership, appunto: Ttip). Benefici che – secondo gli analisti statunitensi – saranno enormemente inferiori per l’Ue, che comunque non accenna a ritrattare il Trattato, in corso dal 2013 e che quando diverrà operativo si creerà la più grande area di libero scambio, dal momento che l’Unione Europea e gli Stati Uniti rappresentano la metà del Pil di tutto il mondo  e un terzo del commercio globale.

I rapporti Usa che offendono l’Ue. Il 5 gennaio 2016, il Dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti, sulle implicazioni del partenariato transatlantico (Ttip) per il settore agricolo, diffonde un approfondito documento dal quale emerge, nero su bianco, fino a che punto l’Unione Europea risentirà dalla firma dell’ accordo.

Tre sono i punti fondamentali. 

1) – Innanzi tutto, si prevede l’eliminazione delle sole barriere tariffarie e dei contingenti  tariffari di importazione (Trq), la qual cosa farà sì che le esportazioni agricole degli Stati Uniti verso l’Ue  aumenteranno di 5,1 miliardi di euro rispetto ai livelli del 2011, mentre quelle dell’UE  verso gli Usa crescerebbero di appena 0,7 miliardi di euro (le esportazioni  agricole UE diminuirebbero dello 0,25%).

2) – Il secondo scenario anticipa anche l’eliminazione delle barriere non tariffarie (Ntm): nel settore agricolo, le Nmt riguardano la sicurezza alimentare e se fossero eliminate, le esportazioni Usa crescerebbero di ulteriori 3,8 miliardi di euro,  mentre quelle UE aumenterebbero di 1,1 miliardi.

3) – Il terzo scenario analizza come tutto ciò influenzerebbe la domanda dei consumatori, i quali si orienterebbero sempre più ad acquistare prodotti locali piuttosto che importati, cancellando così qualsiasi guadagno derivante  dalla rimozione delle barriere tariffarie (anche se questo è il principale obiettivo  dichiarato del Ttip). Un secondo rapporto dello stesso Dipartimento americano, ribadisce i concetti.

Un massacro per l’Ue e per l’Italia. La Campagna StopTtip è tra le pochissime realtà d’Europa a battersi contro un trattato a cui i media sembrano non pensare. Ed è l’osservatorio della Campagna stessa ad aver diffuso i due rapporti americani. “Il ministero dell’Agricoltura Usa –  spiega Monica Di Sisto, portavoce della CampagnaStop Ttip  – è onesto nell’ammettere che, se con il Ttip vuole accelerare il commercio tra Usa e Ue per prodotti agricoli e cibo, bisogna eliminare non tanto dazi e problemi di dogana, ma le regole che ancora oggi ci proteggono, in Europa, da ormoni della crescita, residui di pesticidi, cibi biotech e tossicità simili. Pur facendolo, saranno gli Usa a guadagnarci in esportazioni, fino a 1000 volte più dei nostri Paesi, e in settori già massacrati per l’economia italiana come latte, carni rosse, frutta, verdura, olio.

Il fattpre “C“, cioè la coscienza dei consumatori. Gli imponenti flussi di prodotti e servizi in arrivo dagli Stati Uniti satureranno il mercato europeo, che per oltre l’80% dei produttori italiani, piccoli e medi, è l’unico mercato possibile, diminuendo ulteriormente le loro possibilità di sopravvivenza. Gli Usa, però, hanno anche valutato un terzo scenario: se tutti noi cittadini consumatori e le imprese che lavorano in qualità e quelle amministrazioni locali che legano la promozione dei loro territori e culture a prodotti sani e non massificati, non si fideranno delle nuove regole, non ci sarà da guadagnare per nessuno, perché tutti i prodotti a rischio verranno lasciati nei mercati e negli scaffali, e chi li produrrà verrà punito dalle scelte sbagliate dei Governi. Come Campagna StopTtip, lo chiamiamo “fattore C”: quello della coscienza di cittadini e consumatori, che si opporrà fino all’ultimo a politiche sbagliate come quelle del Ttip”.

Ttip: atto di masochismo per il nostro benessere generale. “Cornuti e mazziati – commenta Leonardo Becchetti, professore di Economia politica dell’Università Tor Vergata – lo studio dello US department for agriculture analizza cosa succederebbe se il Ttip eliminasse le “barriere non tariffarie” nell’interscambio agricolo tra Ue e Stati Uniti. Dall’analisi del rapporto emerge chiaramente che l’approvazione del Ttip non è solo un atto di masochismo economico per noi. Il problema è più sostanziale. Un accordo del genere non può essere valutato solo in termini di impatto economico, ma di benessere generale. Qualcuno si è preoccupato di valutare gli effetti sulla salute dei cittadini e sulle condizioni di lavoro di chi opera nel settore? Rischiamo ancora una volta di essere vittime del riduzionismo economicista che identifica la nostra felicità con la riduzione dei prezzi dei prodotti. Ma il benessere è un’altra cosa: dobbiamo imparare sempre di più che dietro un prezzo basso possono nascondersi insidie alla nostra salute alle condizioni di lavoro. Quanti euro di risparmio nel carrello della spesa valgono più rischi sulla salute e condizioni di lavoro più precarie?”.

di MARTA RIZZO – 27 gennaio 2016

fonte: repubblica.it

LA DENUNCIA DI AMNESTY – Morire di cobalto. Sotto accusa le multinazionali

Amnesty International e Afrewatch: lavoro minorile e sfruttamento per il cobalto degli smart phone e delle batterie delle automobili

CS010: 19/01/2016
In un rapporto pubblicato oggi, Amnesty International e Afrewatch hanno chiesto alle aziende di apparecchi elettronici e alle fabbriche automobilistiche di dimostrare che il cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo grazie al lavoro minorile non viene usato nei loro prodotti.

Il rapporto ricostruisce il percorso del cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo: attraverso la Congo Dongfang Mining (Cdm), interamente controllata dal gigante minerario cinese Zheijang Huayou Cobalt Ltd (Huayou Cobalt), il cobalto lavorato viene venduto a tre aziende che producono batterie per smart phone e automobili: Ningbo Shanshan e Tianjin Bamo in Cina e L&F Materials in Corea del Sud. Queste ultime riforniscono le aziende che vendono prodotti elettronici e automobili.

Ai fini della stesura del rapporto, Amnesty International ha contattato 16 multinazionali che risultano clienti delle tre aziende che producono batterie utilizzando il cobalto proveniente dalla Huayou Cobalt o da altri fornitori della Repubblica Democratica del Congo: Ahong, Apple, BYD, Daimler, Dell, HP, Huawei, Inventec, Lenovo, LG, Microsoft, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen e ZTE.

Una ha ammesso la relazione, quattro hanno risposto che non lo sapevano, cinque hanno negato di usare cobalto della Huayou Cobalt, due hanno respinto l’evidenza di rifornirsi di cobalto della Repubblica Democratica del Congo e sei hanno promesso indagini.
cobalto-lavoro-minorile-congo-bambini-350x249Nessuna delle 16 aziende è stata in grado di fornire informazioni dettagliate, sulle quali poter svolgere indagini indipendenti per capire da dove venga il cobalto.

Il fatto certo è che la Repubblica Democratica del Congo produce quasi la metà del cobalto a livello mondiale e che oltre il 40 per cento del cobalto trattato dalla Huayou Cobalt proviene da quello stato.

Mentre le aziende produttrici di apparecchi elettronici o batterie automobilistiche fanno lucrosissimi profitti, calcolabili in 125 miliardi di dollari l’anno, e non riescono a dire da dove si procurano le materie prime, nella Repubblica Democratica del Congo i bambini minatori – senza protezioni fondamentali come guanti e mascherine – perdono la vita: almeno 80, solo nel sud del paese, tra settembre 2014 e dicembre 2015 e chissà quanto questo numero è inferiore a quello reale.

Secondo l’Unicef, nel 2014 circa 40.000 bambini lavoravano nelle miniere delle regioni meridionali della Repubblica Democratica del Congo. Prevalentemente, nelle miniere di cobalto.

Come Paul, 14 anni, orfano. È uno degli 87 minatori o ex minatori incontrati da Amnesty International in vista del rapporto. Ha iniziato a lavorare nella miniera a 12 anni. Ha già i polmoni a pezzi:

“Passo praticamente 24 ore nei tunnel. Arrivo presto la mattina e vado via la mattina dopo. Riposo dentro i tunnel. La mia madre adottiva voleva mandarmi a scuola, mio padre adottivo invece ha deciso di mandarmi nelle miniere”.

Il cobalto è al centro di un mercato globale privo di qualsiasi regolamentazione. Non è neanche inserito nella lista dei “minerali dei conflitti” che comprende invece oro, coltan, stagno e tungsteno.

FINE DEL COMUNICATO                                                                         Roma, 19 gennaio 2016
Il rapporto “This is what we die for: Human rights abuses in the Democratic Republic of the Congo power the global trade in cobalt” è disponibile all’indirizzo: https://www.amnesty.org/en/documents/afr62/3183/2016/en e presso l’Ufficio Stampa di Amnesty International Italia.

Per approfondimenti e interviste: Amnesty International Italia – Ufficio Stampa

Fonte: Amnesty International – Sezione Italiana

Nestlé, Pepsi e altre multinazionali multate in Brasile perché nascondono OGM

5613684-kThB-U10403095619015sbF-700x394@LaStampa.itMultinazionali e OGM. Continua nel continente americano la lotta al cibo geneticamente modificato tanto che alcuni produttori, tra cui Nestlè, Pepsi e la società messicana Grupo Bimbo sono stati multati dal Ministero di Giustizia brasiliano perchè nascondono la presenza di OGM nei loro prodotti.

Il Brasile risulta essere il secondo produttore di colture OGM nel mondo dopo gli Stati Uniti ma, a differenza di quanto avviene negli States, tutti i prodotti che contengono organismi geneticamente modificati devono riportare la cosa in etichetta.

Secondo Telesur, le multinazionali incriminate si trovano ad affrontare multe che vanno dai 277.400 a circa 1 milione di dollari. La decisione del ministero è arrivata dopo un’indagine del 2010 condotta dall’agenzia a tutela dei consumatori Senacon, che ha trovato OGM presenti in diversi prodotti alimentari venduti sul mercato brasiliano e non dichiarati in etichetta.

Senacon ha accusato le società di violare i diritti dei consumatori brasiliani, tra cui il diritto all’informazione, la libertà di scelta e il diritto alla protezione contro le pratiche aziendali abusive. In effetti è dal 2003 che la legge brasiliana ha stabilito che i prodotti alimentari che contengono più dell’1% di OGM debbano riportare in etichetta l’apposito avvertimento: un triangolo giallo con all’interno la lettera “T” che sta per “transgenico”.

La situazione del cibo geneticamente modificato in Brasile ha raggiunto ormai livelli enormi: nel 2014 erano ben 104 milioni gli acri di coltivazioni OGM, più del 93% del raccolto di soia del paese è OGM, quasi il 90% del raccolto di mais e il 65,1% di cotone.

Nonostante la grande espansione dell’OGM, uno studio del 2014 effettuato dall’Università di San Paolo ha evidenziato come molti consumatori brasiliani siano scettici nei confronti di questo tipo di cibo. La reputazione negativa degli OGM in Brasile potrebbe forse spiegare perché Nestle, PepsiCo e gli altri marchi hanno deciso di aggirare la legge evitando di riportare l’informazione in etichetta.

La trasparenza delle etichette alimentari è un tema di grande attualità anche negli Stati Uniti dove Campbell Soup Co, il più grande produttore di zuppe al mondo, ha annunciato che in breve tempo riporterà nell’etichetta dei suoi prodotti la presenza di OGM. Secondo l’organizzazione, Just Label It, che si batte per la trasparenza alimentare negli States, il 90% circa degli elettori americani è a favore dell’etichettatura obbligatoria degli OGM. Si attende quindi anche nel paese a stelle e strisce una presa di posizione governativa che faccia chiarezza sulla questione a favore dei consumatori.

Francesca Biagioli (greenme.it)

http://www.greenme.it/informarsi/agricoltura/18860-multinazionali-multate-brasile-ogm

Il caffè equosolidale coltivato “all’ombra” – viaggio in Nicaragua

Il caffè coltivato all’ombra è un caffè caratteristico dei piccoli produttori che seguono i principi del commercio equo. Produrre il caffè all’ombra significa non usare fertilizzanti, insetticidi o altre sostanze tossiche, allungando anche la vita della piantagione. Gli alberi depositano sul suolo una grande quantità di nutrienti che il caffè assorbe. E alla fine, la qualità nella tazzina si sente.

Un viaggio tra i piccoli produttori di caffè del Nicaragua, che coltivano “all’ombra”. L’unione delle cooperative UCA La Unidad de Santa Maria De Pantasma si trova sulle montagne del nord del paese, in una regione molto povera. Grazie a Fairtrade i cafetaleros ricevono un prezzo equo e stabile, il Fairtrade Minimum Price, e un margine di guadagno aggiuntivo per avviare dei progetti di emancipazione sociale nella comunità, il Fairtrade premium.

Ecco il video di Fairtrade Italia:

 

Troppo zucchero, Nestlé obbligata a cambiare la pubblicità Uk del Nesquik

122725825-c6bf5352-381a-4d27-bee7-05089fafc438Nel mirino il coniglio con la scritta “Un ottimo inizio di giornata”. Rimossi dopo le rimostranze di un gruppo che si occupa di sana alimentazione dei ragazzi: nel latte con tre cucchiai di cacao ci sono oltre 20 grammi di zucchero, troppi per i più giovani

Nel Nesquik ci sono troppi zuccheri e per questo non può essere “un ottimo inizio di giornata”, almeno per i bambini che vengono invitati a consumarlo da un simpatico coniglio. Il colosso dell’alimentare Nestlé, che produce e possiede il famoso marchio del coniglietto del cacao in polvere, ha dovuto cambiare la sua pubblicità nel Regno Unito, dopo che l’Advertising Standards Authority (che giudica sul contenuto degli spot) ha accolto le lamentele della Children’s Food Campaign: secondo il gruppo, l’incoraggiamento a iniziare la giornata con il cacao sarebbe un supporto a una cattiva alimentazione dei ragazzi, visto l’alto contenuto di zuccheri del prodotto.

Come racconta il Financial Times, gli attivisti hanno spiegato che 200 ml di latte con tre cucchiai da te di Nesquik contengono 20,2 grammi di zucchero, sopra il limite di 13,5 grammi che separa il contenuto “normale” da quello “elevato”. Stando così le cose, alla luce del fatto che si attribuiscono al lattosio soltanto 9,6 grammi di zucchero, l’Autorità ha giudicato che la pubblicità – così come era concepita – sia un irregolare invito a nutrirsi in maniera squilibrata. E il suo confezionamento grafico, con il coniglio e la scritta relativa, sia proprio un messaggio per i più giovani.

Nestlé si è detta delusa della sentenza, ma ha deciso di rimuovere la scritta “for a great start to the day!” dai prodotti Uk: “Siamo sempre attenti alle preoccupazioni che ci vengono segnalate”, hanno detto dall’azienda ricordando che “stiamo cercando attivamente soluzioni per ridurre l’uso di zuccheri”. Anche

perché, nota l’Ft, l’Organizzazione mondiale della Sanità raccomanda che lo zucchero aggiunto a cibi e bevande non copra più del 5% del fabbisogno energetico quotidiano di una persona, ma in Gran Bretagna gli adolescenti sono in media a un livello tre volte superiore.

da LaRepubblica.it 24-12-2015