TAZREEN: Le multinazionali non pagano

Un contributo diretto al fondo di risarcimento per i familiari delle vittime e per i sopravvissuti dell’incendio alla fabbrica Tazreen di Dhaka in Bangladesh. È la richiesta avanzata dalla Clean Clothes Campaign,presente in Italia con la sua sezione Campagna Abiti Puliti, e dal Labor Rights Forum ai clienti internazionali della fabbrica come l’americana

Laboratorio tessile bruciato in un incendio. Fonte: rapporto H&M in Bangladesh, Clean Clothes Campaign, ottobre 2015

Laboratorio tessile bruciato in un incendio. Fonte: rapporto H&M in Bangladesh, Clean Clothes Campaign, ottobre 2015

Walmart, la sezione spagnola de El Corte Ingles, il distributore tedesco KIK, C&A e Sean John’s Enyce brand, oltre ad altri marchi collegati come Edinburgh Woollen Mill (UK), KarlRieker (Germania), Teddy Smith (Francia), le americane Disney, Sears, Dickies e Delta Apparel e l’italiana Piazza Italia.

L’appello, ribadito con una nota diffusa ieri, arriva alla vigilia del terzo anniversario del disastro (24 novembre 2012) costato la vita a 112 persone. “Quando divampò l’incendio, i lavoratori restarono intrappolati nella fabbrica: le uscite erano bloccate e l’unico modo per scappare era buttarsi dalle finestre dei piani alti” ricordano i promotori della campagna. “Più di cento lavoratori rimasero feriti saltando da quelle finestre al terzo e quarto piano, con lesioni alla schiena e alla testa che hanno causato molto dolore”.

Un accordo per coprire la perdita di reddito e le spese mediche è stato siglato lo scorso anno da IndustriALL Global Union, la Clean Clothes Campaign, C&A e la C&A Foundation. L’intesa, ricorda la nota, “ha portato alla creazione del Tazreen Claims Administration Trust, che sovrintende il processo per le richieste di rimborso, collabora con le organizzazioni che rappresentano le famiglie e raccoglie fondi per effettuare i pagamenti. Le famiglie degli operai morti nel rogo hanno cominciato a registrare le loro richieste e oggi il Trust ha lanciato un nuovo sito web (http://tazreenclaimstrust.org), che fornisce informazioni sul processo e dettagli su come possono essere effettuate le donazioni”.

Gli attivisti hanno chiesto da tempo ai marchi con un fatturato di oltre 1 milione di dollari di versare almeno 100 mila dollari nel Trust Fund. “C&A e Li & Fung (che si riforniva per conto di Sean Paul) si sono già impegnate ad effettuare versamenti” ricorda la nota. “La tedesca KiK, attualmente coinvolta in una controversia per quanto riguarda il suo rifiuto di negoziare il risarcimento delle vittime dell’incendio alla Ali Enterprises, ha ora accettato di effettuare un versamento”.

Ma l’impegno, al momento, non è stato condiviso da tutti. “Il più grande cliente della Tazreen, Walmart, non ha ancora corrisposto un centesimo per le vittime e i loro familiari. Eppure nel 2014 aveva dichiarato pubblicamente la volontà di voler contribuire con 3 milioni di dollari attraverso la BRAC USA per le vittime del Rana Plaza e di altre tragedie dell’industria tessile del Bangladesh. 1 milione di dollari lo ha versato nel Rana Plaza Trust Fund, 92 mila dollari li ha forniti per le cure mediche. Cosa intende fare con il restante 1,1 milione di dollari promesso?”. Ad oggi, osservano ancora gli attivisti, “anche le intenzioni della sezione spagnola del El Corte Ingles non sono chiare, visto che, pur avendo partecipato al Comitato iniziale incaricato di portare avanti il processo sul Rana Plaza, non si è ancora impegnato per nulla sul caso Tazreen”.

Proprio i mancati contributi, unitamente alla scarsa attività di prevenzione e controllo sulle condizioni dei lavoratori della catena di fornitura, evidenzierebbero secondo gli attivisti il persistente problema di una sostanziale carenza regolamentare. Un argomento, quest’ultimo, che sarà al centro dell’incontro del prossimo 21 novembre a Torino (qui il programma) quando, nella cornice dell’ex Birrificio Metzger (via Bogetto 4/g, inizio del dibattito alle ore 10:30), attivisti, esperti del settore e istituzioni discuteranno sulle strategie e gli strumenti utili “per proteggere in maniera più efficiente ed efficace i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici nel mondo”.

Fonte: valori.it – 18-11-2015

http://www.valori.it/economia-solidale/tazreen-e-le-multinazionali-che-non-pagano-10758.html

Per chi bruciano le foreste indonesiane

I produttori di olio di palma alimentano gli incendi del Borneo

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Greenpeace ha condotto un’inchiesta su tre delle piantagioni del Kalimantan (Borneo indonesiano), dove si sono verificati alcuni degli incendi all’origine della grande nube gialla che ha invaso i cieli del sudest asiatico, e che in molte regioni non è ancora dissolta.

Asia, fra i dannati della nube gialla

http://www.repubblica.it/ambiente/2015/10/28/news/asia_fra_i_dannati_della_nube_gialla-126087228/
Riportiamo il risultato dell’indagine e l’intero comunicato della sezione italiana dell’organizzazione ambientalista, secondo la quale “questi incendi sono stati provocati da ​compagnie produttrici di olio di palma considerato ecosostenibile. in particolare “le piantagioni – scrive Greenpeace – sono di proprietà delle compagnie indonesiane IOI Group, Bumitama Agri Ltd e Alas Kusuma group. Sono aziende che fanno parte di importanti enti di certificazione della sostenibilità, tra cui la Tavola Rotonda per l’Olio di Palma Sostenibile (RSPO) e il Forest Stewardship Council (FSC)”.
E’ a queste istituzioni che Greenpeace si è appellata per “espellere le aziende complici del dilagare degli incendi che distruggono le foreste torbiere e soffocano il Sud-est asiatico», come ha scritto Martina Borghi responsabile della campagna in Italia. L’olio di palma ricavato da queste piantagioni viene immesso sul mercato da commercianti di materie prime come Wilmar International, IOI Loders Croklaan e Golden Agri Resources – precisa il gruppo ambientalista –  e arriva anche nei prodotti di quei marchi internazionali che hanno adottato politiche di  “No deforestazione”.

«Quanto accaduto indica che purtroppo i progressi fatti finora dalle singole aziende che acquistano olio di palma sostenibile non sono sufficienti a evitare che i loro fornitori distruggano le foreste» – continua Borghi – «Per risolvere il problema alla radice è indispensabile che le compagnie che acquistano e utilizzano materie prime indonesiane lavorino insieme per far rispettare un impegno globale del settore contro l’uso di olio di palma da deforestazione».

“Vista la scarsa affidabilità degli schemi RSPO nel 2014 è nato il Palm Oil Innovations Group (POIG), con l’obiettivo di spezzare il legame tra la produzione di olio di palma e la deforestazione”. Questo gruppo, che riunisce compagnie che producono e utilizzano olio di palma e ONG ambientaliste, secondo Greenpeace “mira a rafforzare e rendere più ambiziosi gli standard dell’RSPO, concentrandosi su tre tematiche: responsabilità ambientale, partnership con comunità locali e integrità  aziendale e di prodotto. Di recente hanno aderito a questa iniziativa marchi come Ferrero, Danone, Stephenson e Boulder, così come il gigante indonesiano dell’olio di palma Musim Mas Group”.

Il frutto della palma da olio
Greenpeace ricorda che poche settimane fa, il presidente indonesiano Joko Widodo ha promesso di bandire ogni ulteriore sviluppo delle attività produttive che vadano a discapito delle torbiere, anche all’interno di concessioni già esistenti”. Ma “nonostante da diversi anni sia in vigore una moratoria sulle nuove concessioni di torbiere, questa sospensione non viene applicata con rigore dai governi locali e nei distretti, dove l’assegnazione delle terre è spesso legata alla corruzione. Una delle piantagioni esaminate da Greenpeace è infatti stata concessa nonostante il terreno in questione sia interessato dalla moratoria”.

«Dal 1990 ad oggi, l’Indonesia ha perso un quarto delle sue foreste a causa dell’espansione indiscriminata delle piantagioni di palma da olio e cellulosa. Oggi tutti parlano della necessità di porre fine alla deforestazione, ma abbiamo bisogno di azioni urgenti, non solo di parole», ha concluso Borghi.

Fonte: http://www.repubblica.it/

21/11/2015

L’agricoltore francese avvelenato dall’erbicida vince la sua battaglia contro Monsanto

Il colosso Usa dovrà risarcire un contadino di cereali di Bernac. Nel 2004 era rimasto intossicato dal prodotto utilizzato (e poi vietato) per il mais

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Davide contro Golia. Ossia il piccolo agricoltore francese che la spunta contro una multinazionale americana: la corte d’appello di Lione ha condannato il gruppo Monsanto, ritenuto responsabile dei gravi problemi di salute vissuti da Paul François, coltivatore di cereali a Bernac, nella Charente, profondo Ovest agricolo della Francia.

L’uomo è stato intossicato da un erbicida utilizzato per il mais e prodotto dalla società americana. «È un grande sollievo per me. Mi metto alle spalle otto lunghi anni di lott », ha detto François, dopo aver ascoltato la sentenza, che condanna Monsanto a risarcire « totalmente » il contadino per i danni fisici subiti. È la prima vittoria di questo tipo da parte di un agricoltore francese contro la multinzionale.

I fatti risalgono al 2004. François si ritrova a pulire un serbatoio contenente del Lusso, l’erbicida ora nell’occhio del ciclone. Sarebbero le inalazioni del gas tossico emanato da quel prodotto che avrebbero causato al contadino gravi problemi neurologici, classificati ormai dalle autorità francesi come malattia professionale dal 2010. «Vivo permanentemente sotto una spada di Damocle, ho delle lesioni che evolvono lentamente ». È classificato come handicappato parziale.

Nel 2012 in primo grado la giustizia francese gli aveva già dato ragione. Adesso Monsanto potrebbe fare ricorso alla Cassazione ma per il momento l’eventualità appare improbabile. In realtà Monsanto ha ritirato il Lasso dalla vendita in Francia nel 2007. E lo aveva già fatto nel lontano 1985 in Canada e nel 1992 in Belgio e nel Regno Unito. Nonostante questo i rappresentanti dell’azienda hanno continuato a difendersi durante il processo affermando che « il prodotto non era pericoloso ».

di LEONARDO MARTINELLI – fonte: lastampa.it 10-09-2015

Maltrattamenti e crudeltà nell’allevamento di polli, Mc Donald’s rescinde il contratto con fornitore

Nel video caricato su YouTube, e ripreso nella fattoria T&S Farm di Dukedom, si vedono più addetti alla soppressione degli animali usare lunghi bastoni dalla punta aguzza con cui spaccano crani senza andare troppo per il sottile e spezzare colli e ali del pollame tenendo la testa degli animali schiacciata sotto la suola delle scarpe e tirando il corpo al contrario.Chicken-McNuggets

Troppa crudeltà nell’uccidere i polli. McDonald’s si copre gli occhi e taglia la fornitura di pollame alla T&S Farms, uno tra i più grandi allevamenti degli Stati Uniti. Ancora una volta a scatenare la reazione indignata di un grande colosso industriale è un video girato clandestinamente da un gruppo animalista, Mercy for Animals. Nel video caricato su Youtube, e ripreso nella fattoria T&S Farm di Dukedom nel Tennessee, si vedono più addetti alla soppressione dei polli usare lunghi bastoni dalla punta aguzza con cui spaccano crani senza andare troppo per il sottile e spezzare colli e ali del pollame tenendo la testa degli animali schiacciata sotto la suola delle scarpe e tirando il corpo al contrario.

T&S è uno dei maggior produttori di carne di pollo per la Tyson Foods Inc., che a sua volta rifornisce direttamente McDonald’s. Dopo aver preso visione del filmato, entrambe le aziende hanno reciso immediatamente i legami con l’allevamento di pollame del Tennessee. Vale Sparkman, portavoce della Tyson, ha spiegato che sulla base “di quello che abbiamo visto nel video, abbiamo rescisso il contratto di fornitura di polli dalla T&S per la nostra azienda. Siamo impegnati nel garantire il benessere animale, e questo video non descrive di certo come trattano i polli gli allevamenti da cui ci riforniamo”. McDonald’s, attraverso un comunicato, ha definito le azioni compiute nel video come qualcosa di “inaccettabile” e ha espresso il suo sostegno alla Tyson per aver posto fine al contratto con il fornitore incriminato. “Stiamo lavorando assieme a Tyson Foods per approfondire la situazione e rafforzare le nostre prospettive riguardo il tema della salute e del benessere animali a livello di fornitori”, c’è scritto nella dichiarazione della multinazionale del fastfood.

Vandhana Bala, uno degli avvocati di Mercy for Animals, ha spiegato i retroscena dello scoop. Il video è stato registrato di recente da uno dei componenti del gruppo che ha presentato domanda per un lavoro in T&S. L’uomo avrebbe lavorato presso l’azienda agricola per circa quattro settimane e durante quel periodo ha assistito ad oltre 100 casi di abuso e crudeltà sui polli. L’attivista di Mercy for Animals ha poi verificato diverse atrocità commesse sugli animali della T&S: i polli sono stipati in baracche dove rimangono sempre a contatto con le proprie feci prima di essere trasportati al macello; poi vengono spinti a crescere molto in fretta finendo per essere paralizzati dal loro peso. Decine di migliaia di polli vengono quotidianamente trasportati in un macello di Union City, nel Tennessee, dedicato esclusivamente alla creazione di carne per il classico Chicken McNuggets e altri prodotti di pollo per McDonald’s. “E’ importante per McDonald’s prendere una posizione etica contro questo tipo di orribili forme istituzionalizzate di maltrattamento degli animali”, ha dichiarato Bala al quotidiano Usa Today che a sua volta ha provato, senza ottenere risposta, a porre alcune domande ai responsabili dell’allevamento incriminato. McDonald’s, più volte nel mirino di animalisti e associazioni di consumatori, nel marzo 2015 aveva rivisto diversi ingredienti del proprio menù nei suoi ristoranti americani iniziando ad utilizzare polli privi di antibiotici e latte parzialmente scremato proveniente da mucche non cresciute con l’ormone artificiale rbST.

Infine, il video che ha suscitato le proteste di Tyson Food Inc. e McDonald’s è l’ultimo di una serie di denunce da parte di gruppi animalisti che cercano di mettere in luce le brutalità e le cattive condizioni di vita di pollame e bestiame allevato con fini commerciali. Tra gli obiettivi dei blitz animalisti, praticati in Italia ultimamente dall’associazione Essere Animali, c’è anche quello di un controllo più rigoroso sugli allevamenti del cibo che mangiamo anche se per molti legislatori in stati come Iowa, Missouri e Kansas, è avvenuto esatto contrario, sventolando sotto al naso degli animalisti la possibilità di multe salate, o addirittura il carcere, per aver girato video sotto copertura all’interno di un luogo di lavoro che vieta questa pratica.

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it     di Davide Turrini | 28 agosto 2015

Nestlè accusata di sfruttare la schiavitù in Thailandia

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Una class action è stata presentata in un tribunale statunitense contro Nestlé. La multinazionale svizzera è stata accusata di aver venduto le scatolette di cibo per gatti “Fancy Feast” sapendo che il pesce contenuto è stato fornito da un’azienda thailandese accusata di tenere in condizioni di schiavitù i lavoratori. Del caso si sono occupati i principali media americani: qui si può leggere il resoconto di Yahoo Finance, qui l’articolo del New York Times che parla, avendo consultato i documenti delle Dogane Usa, del coinvolgimento non solo di Nestlè ma anche di marchi come Iams e Meow Mix.
“Nascondendo al pubblico questi fatti”, ovvero lo sfruttamento del lavoro, “Nestlé ha effettivamente raggirato milioni di consumatori, che hanno così sostenuto e incoraggiato il lavoro forzato su prigioni galleggianti” ha detto l’avvocato Steve Berman, che rappresenta le quattro persone che hanno presentato la class action “in nome di tutti gli acquirenti di Fancy Feast in California”. “È un fatto che migliaia di acquirenti non avrebbero comprato questo prodotto se avessero saputo la verità, ovvero che centinaia di persone sono messe in schiavitù, picchiate e persino uccise durante la produzione di questo cibo per animali”.
Nestlé ha risposto che il lavoro forzato “non ha posto nella nostra catena di fornitura”. L’azienda non ha commentato l’azione legale, ma ha detto che sta lavorando con un’organizzazione non governativa per “identificare dove vi siano abusi e lavoro forzato” in Thailandia e nel sud-est asiatico. Secondo la class action, Nestlé lavorerebbe con Thai Union Frozen Products Pcl per importare più di 13 milioni di chilogrammi di cibo per animali da vendere negli Stati Uniti e che alcuni degli ingredienti dei suoi prodotti sarebbero il frutto di lavoro forzato.

http://www.ilsole24ore.com/ 29-08-2015

Approfondimento: Nestlè denunciata per aver sostenuto forme di schiavismo nel sud est asiatico. Non sarebbe il caso che anche i consumatori italiani vengano avvertiti?

Olio di palma: traffico di esseri umani, violenze e abusi in Malesia. Il prodotto arriva a Nestlé e Procter & Gamble

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Un’inchiesta del Wall Street Journal denuncia gli abusi a cui sono sottoposti i migranti, in particolare del Bangladesh e di Myanmar (Birmania), che vengono portati a lavorare nelle piantagioni di palma da olio in Malesia. È stata ricostruita la vicenda del ventiduenne Mohammad Rubel, che dallo scorso dicembre, quando è arrivato dal Bangladesh attraverso l’intermediazione di trafficanti di esseri umani, ha lavorato sette giorni su sette, senza ricevere alcuna retribuzione.

Dopo un viaggio durato 21 giorni, in circa 200 su un peschereccio di contrabbandieri lungo dodici metri, con cibo e acqua scarsi, e decine di morti, Rubel è stato trattenuto per settimane in un accampamento nella giungla, sino a che i trafficanti sono riusciti a estorcere un riscatto ai suoi genitori in patria. Rubel racconta di aver visto decine di migranti morire per sfinimento, malattie o percosse.

Continua…

Beniamino Bonardi

Fonte: ilfattoalimentare.it   Data: 7/8/2015

Dalla coca al cacao equo e solidale si può, Icam e Perù

Azienda italiana lavora con rete coop Acopagro, solidarietà conviene a tutti

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Dalla foglia di coca alla fava di cacao: è possibile un’intera economia contadina per decenni basata sulla produzione di coca, ed è possibile farlo in termini tale per cui la solidarietà conviene a tutti, produttori e trasformatori.

E’ questa l’esperienza portata a Expo dalle cooperative del Perù che rientrano nella rete Acopagro e dall’azienda cioccolatiera italiana Icam. Le buone pratiche del Perù in agricoltura sono state in grado di combattere il traffico di droga e in certe realtà la dove prima si coltivava coca ora si coltiva caco, e lo si esporta in termini economicamente sostenibili per i produttori. Secondo i dati dell’Unodoc, l’ufficio Onu per la lotta alla droga e alla criminalità, nel 2014 le superfici coltivate a coca sono diminuite in Perù del 14% rispetto al 2013. Merito di iniziative come quella delle cooperative peruviane di Acopagro, che riunisce 2.000 coltivatori ed è oggi al settimo posto tra le prime 10 aziende esportatrici di cacao del Perù. “Abbiamo iniziato circa 20 anni fa, un periodo nel quale sembrava impossibile parlare ai contadini di sostituire la coca col cacao – ha detto a Expo il direttore commerciale di Acopagro, Gonzalo Rios -. Ora siamo tra i principali produttori di cacao biologico del Paese. Offriamo un prodotto che ha un mercato internazionale e, soprattutto, i contadini vivono meglio, usano le tecnologie agricole più avanzate e hanno accesso al microcredito, uno strumento fondamentale per poter convertire le coltivazioni.

Siamo riusciti anche a istituire premi per la qualità del loro cacao e borse di studio per i figli”.

Acopagro esporta soprattutto in Svizzera, Belgio e Italia.

Qui ha incontrato Icam (storica azienda cioccolatiera di Lecco, con 350 dipendenti e un fatturato di 125 milioni di euro) e Otto Chocolates, giovane impresa genovese specializzata nella produzione di cioccolato certificato biologico e Fairtrade.

“Oggi il rendimento economico della coltivazione di cacao compete con quello che viene dalla coltivazione della coca – ha spiegato il presidente di Icam, Angelo Agostoni -. Questo è il punto di svolta di tutto. Non c’è più una ragione economica per tornare alla coca. La filiera va oltre i confini del Perù e prosegue in aziende come la nostra, fino ai consumatori”.

Icam importa dal Perù 5mila tonnellate di cacao all’anno, di cui 3.500 sono di cacao proveniente da commercio equo solidale.

“Collaboriamo con Acopagro da sei anni, abbiamo condiviso il nostro know how, lo abbiamo guidati verso la crescita qualitativa del prodotto. L’acquisto da parte di Icam del cacao prodotto è diventato un elemento basilare per consentire il consolidamento e la crescita delle cooperativa stessa”.

(di Ilaria Liberatore) (ANSA) – MILANO, 21 LUG

Il colonialismo armato delle multinazionali. Il caso della multinazionale Chiquita in Colombia.

Chi sostiene le varie guerre che insanguinano il mondo, fonte di instabilità planetaria e degli esodi di massa? Ecco il caso in Colombia della Chiquita Brand, quella del bollino blu, con sede principale negli Stati Uniti, multinazionale della frutta che domina il mercato delle banane, presente in 11 paesi con un fatturato di 2,2 miliardi di dollari.

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Tre centesimi di dollaro per ogni cassa di banane. Era questo il racket che la multinazionale alimentare pagava ai paramilitari di estrema destra delle Autodefensas Unidas(Auc), affinchè garantissero protezione alle proprie piantagioni dalla guerriglia delle Farc. Il fatto è già noto, la Chiquita, che inonda i supermercati e i negozi con il bollino blu, è stata condannata a pagare 25 milioni di dollari.

Quello che però è più recente è il fatto che le 934 vittime, che vengono attribuite alla Chiquita tramite la mano dei gruppi armati che finanziava e che erano tra i protagonisti della guerra in Colombia, non avranno giustizia. 4mila colombiani hanno sporto denuncia presso i tribunali statunitensi contro la multinazionale di quel paese; ma i tribunali a stelle e strisce hanno risposto di non essere competenti poiché i fatti sono avvenuti fuori dalle frontiere degli Stati Uniti. In verità non sempre è stata eccepita l’incompetenza territoriale per quello che a lungo è stato considerato l’orto di casa.

Secondo la versione dell’azienda tutto ebbe inizio nell’anno 1995. Un pulmino di suoi operai, nella regione dell’Urabà, fu fermato dai paramilitari delle Auc mentre si dirigeva in uno dei molti campi di banane della zona. Gli occupanti furono fatti scendere, costretti ad inginocchiarsi e mentre guardavano per l’ultima volta il fertile orizzonte della regione falciati tutti a colpi di fucile. Morirono in 38 e la Chiquita per evitare altre azioni incominciò a pagare ai paramilitari il pizzo che chiedevano.

Versione non si sa quanto credibile. Infatti, già nel 1928, quando si chiamava United Fruit, l’azienda bananiera ordinò all’esercito colombiano, come fosse al suo servizio, di porre fine allo sciopero dei suoi braccianti con la famigerata strage di Aracataca in cui morirono 300 persone e che Gabriel Garcia Marquez ha descritto nel suo capolavoro “Cent’anni di solitudine”.

La multinazionale ha già confessato di aver finanziato le Auc, organizzazione armata attiva nell’alimentare il terrore nel paese sudamericano ed emanazione del narcotraffico, con 1,7 milioni di dollari tra il 1997 e il 2004, ma non sarà processata per la sua partecipazione alle stragi di inermi cittadini, grazie a cavilli formali. Anche se il famigerato capo supremo delle Auc, Carlos Castano Gil ha raccontato in un’intervista al El Tiempo, quotidiano colombiano, che il 5 novembre 2001 arrivò nel porto di Zungo un grande cargo battente bandiera panamense che scaricò direttamente in un magazzino della Chiquita 23 container, ufficialmente carichi di palloni di gomma, in verità di 3mila fucili AK 47 e 5 milioni di cartucce calibro 5,62. Le armi erano destinate dalla multinazionale con il bollino blu ai paramilitari delle Auc.

La Chiquita, attraverso una complessa ingegneria finanziaria è ancora ben presente in Colombia e ha continuato a versare ingenti quantità di denaro alle cooperative di sicurezza, dietro cui si nascondono tuttora le Auc. Lo ha affermato il quotidiano di Bogotà, El Espectador.

– di: Pedro Cardenas –

fonte: http://100passijournal.info   –   14/07/2015

Kraft-Heinz, la fusione ora è ufficiale

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Sarà la settima food & beverage company al mondo, guidata dal brasiliano Hees. Previsti subito tagli ai costi per 1,5 miliardi di euro.

 

 

The Kraft Heinz Company è ora una realtà. L’approvazione della fusione da parte degli azionisti di Kraft Foods dà il definitivo via libera all’operazione nata a marzo con la proposta lanciata da H.J. Heinz, che delle due entità è quella che “compra”. Nasce così ufficialmente un colosso da 29,1 miliardi di dollari di fatturato aggregato (dati 2014), ovvero 26,2 miliardi di euro, somma dei 10,9 miliardi di dollari di fatturato di Heinz, cui si aggiungono i 18,2 miliardi di Kraft. La proprietà sarà per il 51% dei soci di Heinz, ovvero la Berkshire Hataway di Warren Buffet e il fondo a capitali brasiliani 3G Capital, che rilevarono qualche anno fa la società pariteticamente. Sarà quotata alla borsa di New York.

La nuova società, lo dimostra il fatturato, sarà un big mondiale del food & beverage: nella speciale classifica per ricavi in euro (bilanci 2014) si posiziona direttamente al settimo posto che vede in testa Nestlè con 91,6 miliardi di franchi svizzeri (85,8 miliardi di euro), PepsiCo con 66,7 miliardi di dollari (60 miliardi di euro), Ab Inbev con 47 miliardi di dollari (42 miliardi di euro), The Coca-Cola Company con 45,9 miliardi di dollari (41,3 miliardi di euro), Jbs con 120,5 miliardi di Real brasiliani (34,9 miliardi di euro), Mondelez Internazional con 34,2 miliardi di dollari (30,8 miliardi di euro).

Sono arrivate subito le nuove nomine di vertice: l’amministratore delegato del nuovo colosso sarà il brasiliano Bernardo Hees, già a capo di Heinz, mentre a capo delle operazioni europee ci sarà Matt Hill, anch’esso di derivazione del colosso del ketchup. Molte le fuoriuscite tra il management di Kraft, com’era lecito attendersi. Nei prossimi 2 anni la società procederà a tagli di costi per 1,5 miliardi di dollari: uno sforzo decisamente importante ma in linea con l’operatività di 3G capital, nota nel mondo per la capacità tagliare all’osso le spese. Quando acquisì Heinz taglio 7400 pusti di lavoro e chiuse 5 stabilimenti produttivi.

In parallelo alla ridefinizione dei costi partirà anche la revisione delle ricette e dei prodotti: lo aveva lasciato intendere lo stesso Warren Buffet lo scorso marzo mentre illustrava l’operazione: l’Oracolo di Omaha aveva esplicitamente parlato di una sfida salutistica per le grandi multinazionali del cibo, che non può essere ignorata perché arriva da richieste molto precise dei consumatori. La nuova conglomerata agirà in questo senso, è il parere di alcuni analisti americani che hanno commentato l’operazione.

fonte: http://www.foodweb.it/     6-7-2015