TAZREEN: Le multinazionali non pagano

Un contributo diretto al fondo di risarcimento per i familiari delle vittime e per i sopravvissuti dell’incendio alla fabbrica Tazreen di Dhaka in Bangladesh. È la richiesta avanzata dalla Clean Clothes Campaign,presente in Italia con la sua sezione Campagna Abiti Puliti, e dal Labor Rights Forum ai clienti internazionali della fabbrica come l’americana

Laboratorio tessile bruciato in un incendio. Fonte: rapporto H&M in Bangladesh, Clean Clothes Campaign, ottobre 2015

Laboratorio tessile bruciato in un incendio. Fonte: rapporto H&M in Bangladesh, Clean Clothes Campaign, ottobre 2015

Walmart, la sezione spagnola de El Corte Ingles, il distributore tedesco KIK, C&A e Sean John’s Enyce brand, oltre ad altri marchi collegati come Edinburgh Woollen Mill (UK), KarlRieker (Germania), Teddy Smith (Francia), le americane Disney, Sears, Dickies e Delta Apparel e l’italiana Piazza Italia.

L’appello, ribadito con una nota diffusa ieri, arriva alla vigilia del terzo anniversario del disastro (24 novembre 2012) costato la vita a 112 persone. “Quando divampò l’incendio, i lavoratori restarono intrappolati nella fabbrica: le uscite erano bloccate e l’unico modo per scappare era buttarsi dalle finestre dei piani alti” ricordano i promotori della campagna. “Più di cento lavoratori rimasero feriti saltando da quelle finestre al terzo e quarto piano, con lesioni alla schiena e alla testa che hanno causato molto dolore”.

Un accordo per coprire la perdita di reddito e le spese mediche è stato siglato lo scorso anno da IndustriALL Global Union, la Clean Clothes Campaign, C&A e la C&A Foundation. L’intesa, ricorda la nota, “ha portato alla creazione del Tazreen Claims Administration Trust, che sovrintende il processo per le richieste di rimborso, collabora con le organizzazioni che rappresentano le famiglie e raccoglie fondi per effettuare i pagamenti. Le famiglie degli operai morti nel rogo hanno cominciato a registrare le loro richieste e oggi il Trust ha lanciato un nuovo sito web (http://tazreenclaimstrust.org), che fornisce informazioni sul processo e dettagli su come possono essere effettuate le donazioni”.

Gli attivisti hanno chiesto da tempo ai marchi con un fatturato di oltre 1 milione di dollari di versare almeno 100 mila dollari nel Trust Fund. “C&A e Li & Fung (che si riforniva per conto di Sean Paul) si sono già impegnate ad effettuare versamenti” ricorda la nota. “La tedesca KiK, attualmente coinvolta in una controversia per quanto riguarda il suo rifiuto di negoziare il risarcimento delle vittime dell’incendio alla Ali Enterprises, ha ora accettato di effettuare un versamento”.

Ma l’impegno, al momento, non è stato condiviso da tutti. “Il più grande cliente della Tazreen, Walmart, non ha ancora corrisposto un centesimo per le vittime e i loro familiari. Eppure nel 2014 aveva dichiarato pubblicamente la volontà di voler contribuire con 3 milioni di dollari attraverso la BRAC USA per le vittime del Rana Plaza e di altre tragedie dell’industria tessile del Bangladesh. 1 milione di dollari lo ha versato nel Rana Plaza Trust Fund, 92 mila dollari li ha forniti per le cure mediche. Cosa intende fare con il restante 1,1 milione di dollari promesso?”. Ad oggi, osservano ancora gli attivisti, “anche le intenzioni della sezione spagnola del El Corte Ingles non sono chiare, visto che, pur avendo partecipato al Comitato iniziale incaricato di portare avanti il processo sul Rana Plaza, non si è ancora impegnato per nulla sul caso Tazreen”.

Proprio i mancati contributi, unitamente alla scarsa attività di prevenzione e controllo sulle condizioni dei lavoratori della catena di fornitura, evidenzierebbero secondo gli attivisti il persistente problema di una sostanziale carenza regolamentare. Un argomento, quest’ultimo, che sarà al centro dell’incontro del prossimo 21 novembre a Torino (qui il programma) quando, nella cornice dell’ex Birrificio Metzger (via Bogetto 4/g, inizio del dibattito alle ore 10:30), attivisti, esperti del settore e istituzioni discuteranno sulle strategie e gli strumenti utili “per proteggere in maniera più efficiente ed efficace i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici nel mondo”.

Fonte: valori.it – 18-11-2015

http://www.valori.it/economia-solidale/tazreen-e-le-multinazionali-che-non-pagano-10758.html

Per chi bruciano le foreste indonesiane

I produttori di olio di palma alimentano gli incendi del Borneo

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Greenpeace ha condotto un’inchiesta su tre delle piantagioni del Kalimantan (Borneo indonesiano), dove si sono verificati alcuni degli incendi all’origine della grande nube gialla che ha invaso i cieli del sudest asiatico, e che in molte regioni non è ancora dissolta.

Asia, fra i dannati della nube gialla

http://www.repubblica.it/ambiente/2015/10/28/news/asia_fra_i_dannati_della_nube_gialla-126087228/
Riportiamo il risultato dell’indagine e l’intero comunicato della sezione italiana dell’organizzazione ambientalista, secondo la quale “questi incendi sono stati provocati da ​compagnie produttrici di olio di palma considerato ecosostenibile. in particolare “le piantagioni – scrive Greenpeace – sono di proprietà delle compagnie indonesiane IOI Group, Bumitama Agri Ltd e Alas Kusuma group. Sono aziende che fanno parte di importanti enti di certificazione della sostenibilità, tra cui la Tavola Rotonda per l’Olio di Palma Sostenibile (RSPO) e il Forest Stewardship Council (FSC)”.
E’ a queste istituzioni che Greenpeace si è appellata per “espellere le aziende complici del dilagare degli incendi che distruggono le foreste torbiere e soffocano il Sud-est asiatico», come ha scritto Martina Borghi responsabile della campagna in Italia. L’olio di palma ricavato da queste piantagioni viene immesso sul mercato da commercianti di materie prime come Wilmar International, IOI Loders Croklaan e Golden Agri Resources – precisa il gruppo ambientalista –  e arriva anche nei prodotti di quei marchi internazionali che hanno adottato politiche di  “No deforestazione”.

«Quanto accaduto indica che purtroppo i progressi fatti finora dalle singole aziende che acquistano olio di palma sostenibile non sono sufficienti a evitare che i loro fornitori distruggano le foreste» – continua Borghi – «Per risolvere il problema alla radice è indispensabile che le compagnie che acquistano e utilizzano materie prime indonesiane lavorino insieme per far rispettare un impegno globale del settore contro l’uso di olio di palma da deforestazione».

“Vista la scarsa affidabilità degli schemi RSPO nel 2014 è nato il Palm Oil Innovations Group (POIG), con l’obiettivo di spezzare il legame tra la produzione di olio di palma e la deforestazione”. Questo gruppo, che riunisce compagnie che producono e utilizzano olio di palma e ONG ambientaliste, secondo Greenpeace “mira a rafforzare e rendere più ambiziosi gli standard dell’RSPO, concentrandosi su tre tematiche: responsabilità ambientale, partnership con comunità locali e integrità  aziendale e di prodotto. Di recente hanno aderito a questa iniziativa marchi come Ferrero, Danone, Stephenson e Boulder, così come il gigante indonesiano dell’olio di palma Musim Mas Group”.

Il frutto della palma da olio
Greenpeace ricorda che poche settimane fa, il presidente indonesiano Joko Widodo ha promesso di bandire ogni ulteriore sviluppo delle attività produttive che vadano a discapito delle torbiere, anche all’interno di concessioni già esistenti”. Ma “nonostante da diversi anni sia in vigore una moratoria sulle nuove concessioni di torbiere, questa sospensione non viene applicata con rigore dai governi locali e nei distretti, dove l’assegnazione delle terre è spesso legata alla corruzione. Una delle piantagioni esaminate da Greenpeace è infatti stata concessa nonostante il terreno in questione sia interessato dalla moratoria”.

«Dal 1990 ad oggi, l’Indonesia ha perso un quarto delle sue foreste a causa dell’espansione indiscriminata delle piantagioni di palma da olio e cellulosa. Oggi tutti parlano della necessità di porre fine alla deforestazione, ma abbiamo bisogno di azioni urgenti, non solo di parole», ha concluso Borghi.

Fonte: http://www.repubblica.it/

21/11/2015

Armi, Made in Italy che vola: “Export 30 milioni in aree in guerra del Nord Africa”

Secondo l’ultimo rapporto dell’istituto “Archivio Disarmo” dal titolo “Armi leggere, guerre pesanti”, nel 2014 le esportazioni italiane di pistole, fucili e carabine sono state pari a 453 milioni, lievemente inferiori al 2013, ma superiori alla media del decennio. Proprio nel momento in cui si prepara un intervento armato in Libia di cui l’Italia dovrebbe assumere il comando, l’eventuale coalizione internazionale potrebbe trovarsi puntati contro armamenti fabbricati nella Penisola

Fonte: Il Fatto Quotidiano – 23 maggio 2015

Dal profondo Nord della Val Trompia, terra di fabbriche di armi e di leghisti, non si è mai interrotto il flusso di pistole, fucili e proiettili verso quelle parti dell’Africa che ribollono di tensioni e conflitti e da cui fuggono a decine di migliaia i disperati che cercano di scampare alle carneficine. Anche l’anno passato, con la Libiadilaniata dalle faide tra clan e senza più un potere centrale riconoscibile, e il resto del Maghreb, dall’Algeria alla Tunisiaall’Egitto, sempre sul punto di esplodere, sono andati assai bene gli affari delle imprese italiane, Beretta in testa. Nel complesso sono ammontate a circa 30 milioni di euro le esportazioni di pistole, fucili, carabine e simili verso quelle regioni. Insieme al Nord Africa anche il Medio Oriente, dall’Arabia Saudita alla Siria, compresi Iran e Iraq sotto l’attacco degli assassini del Califfato dell’Isis, ha ricevuto dall’Italia un buon numero di pistole e fucili.

Questi dati preoccupanti emergono da un corposo rapporto dell’istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo dal titolo Armi leggere, guerre pesanti curato da Antonio Lamanna e da Maurizio Simoncelli. I dati utilizzati sono quelli ufficiali contenuti nel database dell’Istat. Le conclusioni fanno riflettere: nel 2014 le esportazioni italiane di questi micidiali strumenti sono state pari a 453 milioni, leggermente inferiori a quelle dell’anno precedente, ma superiori alla media delle esportazioni del decennio. In sostanza dallo studio viene fuori che in questa lunga fase di crisi soprattutto delle esportazioni, l’industria italiana delle armi è una delle poche a reggere bene la botta senza subire sostanziali effetti recessivi.

La produzione e l’esportazione di armi ai quattro angoli del pianeta contribuisce alla ricchezza della Val Trompia (provincia di Brescia) e garantisce il lavoro a migliaia di operai di quella zona. Il rovescio della medaglia, però, è che quei prodotti vengono venduti con assoluta disinvoltura (anche se ovviamente nel sostanziale rispetto delle leggi e dei trattati internazionali) pure a paesi dove infuriano le guerre e a quelli segnalati da diverse organizzazioni internazionali come Amnesty International, Human Right e Escola de Pau, per le reiterate violazioni dei diritti umanie per situazioni di tensione o di conflitto armato. Nazioni come l’Ucraina o la Russia, la Colombia e il Messico. In pratica è ragionevole supporre che le armi italiane contribuiscano a rendere ancora più aspri e sanguinosi i conflitti in atto.

Nel caso del Nord Africa c’è un di più. Proprio nel momento in cui a livello internazionale si prepara un intervento armato in Libia di cui l’Italia dovrebbe assumere formalmente il comando con l’intento di interrompere il flusso di migranti organizzato da bande criminali, lo studio di Archivio disarmo attesta che dalla stessa Italia partono a decine di migliaia le armi destinate a quei paesi. Ordigni che con ogni probabilità saranno usati anche e forse soprattutto da quei mercanti di morte contro i quali vengono inviate le nostre missioni militari. C’è il rischio in pratica che da una parte e dall’altra si sparino proprio con le stesse armi made in Italy.

Al primo posto tra i paesi importatori di armi leggere italiane ci sono gli Stati Uniti con il 42% del totale. In Usa le armi italiane sono assai apprezzate, soprattutto dopo che a metà degli anni 80 del secolo passato l’esercito americano decise di adottare per i propri soldati proprio una pistola Beretta, la famosa M9, rimasta in dotazione all’Us Army fino alla fine dell’anno passato. Negli Stati Uniti il possesso di armi per uso di difesa personale è un diritto garantito dalla Costituzione oculatamente protetto dalla Nra (National Rifle Association), ritenuta una delle lobby americane più potenti. Sull’altro piatto della bilancia c’è il fatto che proprio la diffusione di massa di ordigni micidiali è ritenuta la causa principale del numero abnorme di assassinii e di conflitti a fuoco. C’è poi il pericolo che l’enorme quantità di armi in circolazione amplifichi gli effetti dei ricorrenti momenti di tensione, come è successo di recente con il rinfocolarsi dei conflitti razziali.

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Articolo originale al link http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/23/armi-made-in-italy-che-vola-export-per-30-milioni-in-aree-in-guerra-del-nord-africa/1710009/

Oxfam: “l’UE non fa abbastanza contro gli abusi fiscali che generano disuguaglianza e nuovi poveri”

In un nuovo dossier Oxfam denuncia come resti ancora molto da fare contro gli abusi fiscali delle multinazionali. A farne le spese le casse degli Stati, alleggerite di 240 miliardi di dollari l’anno, e i cittadini con drastici tagli dei servizi pubblici.
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A un anno dallo scandalo LuxLeaks, che ha gettato luce sui trattamenti fiscali concessi tra il 2002 e il 2010 dalle autorità fiscali lussemburghesi a più di 300 multinazionali del calibro di Pepsi, Ikea, Deutsche Bank e Apple, Oxfam denuncia in un nuovo dossier quanto resti da fare per combattere l’elusione fiscale e la pianificazione fiscale aggressiva delle multinazionali che colpisce le casse degli Stati e i servizi offerti ai cittadini, generando nuovi poveri e un aumento della disuguaglianza economica e sociale. Il 5 novembre 2014, l’inchiesta condotta da un pool internazionale di giornalisti investigativi (ICIJ – The International Consortium of Investigative Journalists) e pubblicata dai maggiori quotidiani del mondo, aveva infatti svelato gli accordi fiscali ottenuti con l’assistenza di un colosso mondiale dei servizi professionali come PricewaterhouseCoopers (PwC) e siglati in totale segretezza. Concessioni fiscali che avallavano il trasferimento di utili, realizzati altrove dalle compagnie, in una giurisdizione a tassazione agevolata come il Lussemburgo, permettendo alle multinazionali di ‘ottimizzare’ – alias alleggerire – il proprio carico fiscale su scala globale.

Leggi l’articolo su oxfamitalia.org e leggi il dossier

Quanto è sostenibile la tua scatoletta di tonno preferita?

 

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Abbiamo valutato gli 11 marchi di tonno più diffusi sui nostri scaffali, che rappresentano circa l’80% del mercato italiano, in base alle loro politiche di sostenibilità e equità, le specie catturate, i metodi di pesca usati e le informazioni che forniscono ai consumatori.

Dalla scorsa edizione tanti dimostrano di lavorare per una pesca sostenibile e per la piena trasparenza, ma c’è anche chi continua ad essere completamente dipendente da una pesca distruttiva.

Prima di mettere una scatoletta nel tuo carrello della spesa assicurati di sceglierne una davvero sostenibile!

greenpeace.it

Guarda la classifica e firma per chiedere maggiore sostenibilità a MareBlu

 

Di seguito un articolo da Corriere.it

ROMA – «Cinque anni fa, quando abbiamo iniziato questa campagna, quasi nessuna azienda aveva adottato criteri di sostenibilità nella scelta del tonno da mettere nelle scatolette. Oggi quasi tutti i marchi che abbiamo analizzato hanno politiche di acquisto scritte nero su bianco». E’ con ottimismo che Giorgia Monti commenta i risultati della classifica “Rompiscatole” di Greenpeace. Una campagna, giunta quest’anno alla sua quarta edizione, nata per valutare la sostenibilità del tonno in scatola venduto in Italia: circa 144 mila tonnellate per un giro di affari che supera il miliardo di euro.

A due anni dall’ultima classifica, le aziende che si stanno impegnando per contrastare la pesca distruttiva salgono di posizione, mentre chi non mantiene le promesse finisce in fondo. Per la prima volta quest’anno conquista la fascia verde un marchio italiano, AsdoMar. Un riconoscimento ottenuto grazie all’attenzione dedicata dall’azienda alle tecniche di pesca sostenibile, come la pesca a canna usata nel 30% delle produzioni. Seguono poi Esselunga e Conad, che scalano la fascia arancione grazie ai progressi nelle politiche di acquisto per evitare metodi di pesca distruttivi, anche se dovranno esigere dai fornitori informazioni più dettagliate sui metodi di pesca. Resta in quarta posizione RioMare che, a detta di Greenpeace, sta lavorando per aumentare la produzione di pesca sostenibile, anche se molte delle scatolette vendute contengono ancora tonno pescato con metodi distruttivi.

Declassato in fascia rossa Mareblu che, secondo l’organizzazione, sembra non voglia proprio darsi da fare. «Molte aziende – ha spiegato Monti – hanno ormai capito che sempre più consumatori privilegiano prodotti che non danneggiano l’ambiente. Mareblu continua invece a comportarsi in maniera irresponsabile tradendo la nostra fiducia. Deve impegnarsi per rispettare gli impegni presi per garantire una pesca equa nel completo rispetto dei diritti umani».

fonte: corriere.it 27-10-2015

Guarda la classifica e firma per chiedere maggiore sostenibilità a MareBlu

Unilever e il termometro dei diritti negati

A raccontare tra le lacrime la verità è la signora Esther Rani, sessantacinquenne madre di un giovane operaio che lavorava per Unilever. “A 19 anni mio figlio Britto è andato a lavorare in fabbrica. Mentre era lì si lamentava sempre di dolori alla testa e di altri fastidi, ma continuava a recarsi a lavoro nonostante il malessere per contribuire alle misere entrate della nostra famiglia. Era il nostro unico figlio, mio marito e io stavamo invecchiando e abbiamo pensato che ci avrebbe aiutati con quel lavoro.Ma la salute di Britto peggiorava e la famiglia non sapeva cosa fare: “A un certo punto non se l’è più sentita di continuare e ha lasciato il lavoro. Un giorno la febbre era molto alta, aveva la nausea e ha vomitato sangue. Le analisi hanno dato il fegato per spacciato. Con enormi sacrifici e chiedendo prestiti a chi poteva aiutarci l’abbiamo fatto ricoverare in ospedale, dove ci hanno detto che era necessario sottoporlo a dialisi. Per assicurargli le cure abbiamo dovuto vendere la casa, la nostra terra, gli animali e, pur avendo venduto tutto, non ce l’abbiamo fatta. Dopo 6 mesi passati a letto è morto. Non avevamo i soldi nemmeno per seppellirlo. Da allora in poi anche la nostra salute è peggiorata, mio marito sta sempre male e non abbiamo più nessuna fonte di reddito in famiglia.”

Altri operai hanno condiviso con Britto la sua triste sorte. Tutti avevano lavorato alla fabbrica di termometri di Unilever a Kodaikanal, chiusa 14 anni fa a seguito della rilevazione di altissimi indici di inquinamento da mercurio (risultati aggiornati allo scorso giugno segnalano ancora elevati residui di mercurio nella zona). Tutti erano stati esposti a questa potentissima tossina che intossica il fegato. L’azienda però, pur avendo dichiarato la chiusura della fabbrica nel 2001 a seguito delle denunce di Greenpeace e di altre realtà ambientaliste che avevano reso noti i retroscena della produzione, contesta le richieste degli ex dipendenti che imputano alla gestione della fabbrica i notevoli peggioramenti di salute dovuti all’esposizione al mercurio. I familiari dei lavoratori hanno infatti dichiarato che gli operai non erano nemmeno dotati di equipaggiamento protettivo, né venivano informati degli altissimi rischi che correvano a causa dei terribili impatti del mercurio sulla salute.

Lo scorso 25 settembre un comunicato stampa dell’organizzazione Kodai Mercury segnala che 45 vincitori di premi legati alla tutela ambientale e ai diritti umani provenienti da 30 Paesi (tra cui anche Vandana Shiva) hanno indirizzato una lettera a Paul Polman, direttore generale di Unilever insignito del premio 2015 “Champions of the Earth”. Cosa si chiede? Il testo integrale lo si può leggere qui ma, in poche parole, si invita Polman a non dimenticare che il premio porta con sé una “onerosa responsabilità” e a intervenire personalmente per assicurare una sistemazione dignitosa ai lavoratori e alle famiglie che hanno subito contaminazioni legate al mercurio, nonché per bonificare la zona secondo standard internazionali.

La fabbrica, di proprietà della Hindustan Unilever, rimane inoltre responsabile dell’inquinamento dell’area circostante che, dalla chiusura a oggi, non è mai stata bonificata, con gravi conseguenze per le foreste circostanti e le falde acquifere.

Purtroppo le famiglie non possono affrontare da sole le spese per l’assistenza medica di cui avrebbero bisogno. Hanno perciò cercato di convincere i proprietari della fabbrica a recuperare l’area e a sostenere le spese per le cure ospedaliere, attivando una campagna internazionale – con la possibilità di firmare una petizione per sostenere loro e la causa che vuole rendere concrete le parole di Polman, il quale ha fatto di politiche rispettose di lavoratori e ambiente la chiave distintiva del suo operato. Proprio il ruolo che ricopre gli permetterebbe di intraprendere azioni unilaterali che costringano la sede distaccata della Unilever ad assumersi le proprie responsabilità.

Un invito in questo senso proviene anche da Sofia Ashraf, faccia pulita ma piglio deciso. Sofia è una giovane cantante indiana originaria del Tamil Nadu, salita agli onori della cronaca – e diventata famosa – a suon di rap e diritti (snocciolati indossando un burqa). Il singolo “Kodaikanal Won’t”, nonostante tragga ispirazione da una hit meno impegnata e dalla discutibile poesia (Anaconda di Nicki Minaj), al di là dei rimandi di note rappresenta una durissima denuncia al sopruso: “Kodaikanal non si tirerà indietro” si avvisa, “fino a quando Unilever non riparerà ai danni”. Complici i social network, la campagna ha fatto il giro del mondo e il silenzio dei vertici non potrà durare ancora per molto. Aspettiamo anche noi la necessaria risposta.

 

fonte: unimondo.orgkodaikanal-wont

Congresso USA: fermate il TPP. Impediamo alla Monsanto e C. di realizzare il suo sogno

Congresso USA: fermate il TPP

Firma la Petizione (avaaz.org)

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Dodici Paesi hanno appena firmato un accordo segreto che regala alle multinazionali enormi poteri sul 40% dell’economia mondiale. Ma se agiamo rapidamente, possiamo impedire che il Congresso Americano lo approvi.

Si chiama TPP: un accordo commerciale che potrà censurare internet ma soprattutto dare a Monsanto e alle altre grandi multinazionali tutto quello che hanno sempre sognato. La buona notizia è che nel Congresso USA sta crescendo una opposizione sempre più ampia: se loro lo bloccano, il trattato è finito. E anche il dibattito su un accordo molto simile per l’Europa potrebbe subire un duro colpo.

Avaaz ha la possibilità unica di far arrivare fino ai senatori del Congresso USA il sostegno di cui hanno bisogno da parte dei cittadini di tutto il mondo per fermare l’assalto delle multinazionali alle nostre democrazie. Unisciti all’appello e condividilo con tutti.

Firma la Petizione (avaaz.org)

“Avaaz è un’organizzazione non governativa internazionale istituita nel 2007 a New York che promuove attivismo su tematiche quali il cambiamento climatico, i diritti umani, i diritti degli animali, la corruzione, la povertà e i conflitti. La sua missione dichiarata è quella di permettere che i processi decisionali di portata globale vengano influenzati dall’opinione pubblica. L’organizzazione opera in quindici lingue diverse, e conta, stando al sito ufficiale, circa 41 milioni di membri iscritti in 194 paesi.” (Wikipedia)

www.avaaz.org

Gelati: Nestlè e R&R si alleano, nasce un colosso da 3 miliardi

Dopo che Unilever ha rilevato la catena gelatiera italiana Grom con 65 punti vendita nel mondo, sta giungendo a conclusione la trattativa da 3 miliardi di euro tra Nestlè e la britannica R&R Ice Cream (presente anche in Italia con i marchi Del Monte e Oreo). Tra brand coinvolti Toblerone, Milka, Oreo, Del Monte (R&R), oltre che Motta, Cremeria, Antica Gelateria del Corso (Nestlè).

C’è aria di nozze nel mondo del gelato. E’ infatti in dirittura d’arrivo la trattative tra due giganti del settore, Nestlè e la R&R (fondo PAI Partners), per la creazione di una joint venture con impatto prevalentemente in Europa e Africa. Un’operazione da 3 miliardi di euro che coinvolgerà brand come Toblerone, Milka, Oreo, Del Monte (R&R), oltre che Motta, Cremeria, Antica Gelateria del Corso (Nestlè), con l’obiettivo di rafforzare le vendite mondiali.

R&R, controllata dal fondo private equity francese PAI, ha un fatturato di 900 milioni di euro, è il terzo player mondiale del gelato dopo Unilever e Nestlè ed è presente in Italia con un sito produttivo a Terni. La società è presente anche nel Regno Unito, in Germania, Francia, Polonia, Sud Africa e Australia. Il suo business è concentrato nel canale ‘in home’, ovvero quello che riguarda i gelati venduti nella grande distribuzione e consumati a casa. La Nestlè invece è leader nell”out home’, ovvero il gelato confezionato che si acquista fuori dalla grande distribuzione, nei bar o in gelateria. Alla joint venture, di cui la R&R ”entrerà a far parte nella sua interezza”, Nestlè – secondo quanto si apprende – ”contribuirà includendovi il business del gelato presente in Europa, Egitto, Filippine, Brasile e Argentina”. E farà parte della joint venture ”anche il business europeo dei surgelati, ad eccezione della pizza”. Una combinazione che ”garantirà alla joint venture la presenza in canali complementari sia nei mercati maturi che in quelli emergenti dall’emisfero nord a quello sud”.

A conclusioni dei colloqui e delle consultazioni sindacali e dopo il via libera delle autorità competenti, si darà luogo al nuovo assetto nel corso del 2016. Ad ognuna delle parti spetterà il 50% della nuova joint venture, che opererà in oltre 20 paesi impiegando più di 10.000 persone. La nuova joint venture avrà come Chairman l’attuale Executive Vice President Europa, Medio Oriente e Nord Africa di Nestlè Luis Cantarelli, mentre il Ceo sarà il numero uno di R&R Ibrahim Najafi. Il board di controllo sarà composto da Nestlè e PAI Partners in egual misura.
R&R e Nestlè collaborano già da 14 anni. Prima nel Regno Unito e in Irlanda, poi in Australia e Sud Africa, paesi in cui R&R ha la licenza dei marchi Nestlè.

Fonte ansa.it 06/10/2015

Tpp, firmato accordo libero scambio Usa-Pacifico.

L’intesa sull’abolizione di tariffe e altre barriere commerciali riguarda un’area che vale il 40% del Pil mondiale. Dopo quasi otto anni di trattative, il presidente Obama incassa il principale successo della sua agenda economica. Che punta esplicitamente ad arginare l’influenza cinese.

Approfondimento: Le sette cose da sapere sul trattato di libero scambio nel Pacifico (Tpp)

I negoziatori di Stati Uniti e di altri undici Paesi del Pacifico hanno firmato il più grande accordo di libero scambio nella storia recente, il Trans-Pacific Partnership. Sulla carta l’accordo intende abolire barriere commerciali e stabilire regole comuni in materia di tutela dei lavoratori, dell’ambiente e della regolamentazione dell’e-commerce in Paesi che in totale coprono il 40% della produzione mondiale: Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Messico, Perù, Cile, Vietnam, Singapore, Brunei e Malesia. La Cina è fuori. Del resto è noto che l’intesa rientra nei piani della Casa Bianca che prevedono lo spostamento degli interessi degli Usa verso il Pacifico anche per contrastare il dilagare di Pechino. Non per niente il presidente Barack Obama subito dopo la firma ha chiosato: “Non possiamo lasciar scrivere le regole dell’economia globale a Paesi come la Cina”.

L’accordo, che dovrà essere approvato ora dal Congresso Usa e dai rispettivi governi degli altri Paesi, è arrivato dopo un’ultima maratona negoziale durata l’intero weekend in un albergo di Atlanta, negli Stati Uniti. Dopo quasi 8 anni di trattative, durante i quali ha dovuto affrontare non solo le difficoltà negoziali ma anche resistenza interne, Obama incassa così il principale successo della sua agenda economica. Rispondendo alle critiche di chi teme rischi per i consumatori, il presidente ha detto che l’intesa “livella il terreno di gioco per i nostri agricoltori, allevatori e industriali” e “dà ai nostri lavoratori l’equa chance di successo che spetta loro”. Poi ha assicurato: “Gli americani avranno mesi per leggere ogni singola parola del trattato”. I cui dettagli finora sono stati tenuti segreti, proprio come quelli del discusso Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip) tra Usa e Ue. Che secondo i leader del G7 dovrebbe essere sottoscritto entro fine anno, ma i cui negoziati languono.

L’ultimo nodo del Tpp ha riguardato la protezione dei brevetti farmaceutici, ma i colloqui sono stati difficili anche per il settore auto, i latticini e la proprietà intellettuale. Ora la parola spetta al Congresso Usa che dovrà ratificarlo. E già si prevede una lunga battaglia. Obama si troverà ora a dover di nuovo a fare i conti con i dubbi dei repubblicani, ma anche di molti democratici, sull’impatto che l’accordo potrà avere sull’economia reale americana. Dal momento che nei mesi scorsi, dopo un lungo braccio di ferro, Obama ha ottenuto il fast track, il Congresso non potrà però emendare il contenuto dell’intesa ma solo approvarla o bocciarla. Il voto comunque non sarà immediato e potrebbe arrivare il prossimo febbraio o anche più in là, se Obama aspetterà che vengano delineati tutti gli ultimi dettagli prima di comunicare al Congresso con 90 giorni di anticipo la sua intenzione di firmarlo, come è obbligato a fare.

Inevitabilmente il tema è destinato a essere uno degli argomenti della campagna elettorale del 2016, con Donald Trump che già critica l’accordo e Hillary Clinton che, di fronte alla forti critiche espresse dalla sinistra democratica, ha assunto una posizione attendista sui negoziati che ha lanciato lei stessa da segretario di Stato. Una cautela dettata da necessità elettorali dal momento che l’Afl-Cio, i sindacati confederati Usa il cui sostegno è cruciale per il candidato democratico alla Casa Bianca, è critico nei confronti dell’intesa. E ha appoggiato la sinistra democratica guidata da Elizabeth Warren, ex consigliere economico di Obama e ora senatrice leader dei liberal, contraria alla concessione del fast track.

Ora che l’accordo è chiuso, l’amministrazione democratica spera di riuscire a ridurre l’opposizione di sindacati e gruppi ambientalisti insistendo su quelle che vengono definite “le misure più robuste in materia ambientale finora previste da un accordo commerciale”. “Tpp mette l’interesse dei lavoratori americani al primo posto – sostengono fonti dell’amministrazione citate dal sito Politico.com – comprendendo gli standard più severi in materia di tutela dei lavoratori, anche nelle aree dello sfruttamento del lavoro minorile, di lavoratori non protetti e dei salari minimi“.

Fonte: ilfattoquotidiano.it – 5 ottobre 2015

Approfondimento: Le sette cose da sapere sul trattato di libero scambio nel Pacifico (Tpp)