Unilever e il termometro dei diritti negati

A raccontare tra le lacrime la verità è la signora Esther Rani, sessantacinquenne madre di un giovane operaio che lavorava per Unilever. “A 19 anni mio figlio Britto è andato a lavorare in fabbrica. Mentre era lì si lamentava sempre di dolori alla testa e di altri fastidi, ma continuava a recarsi a lavoro nonostante il malessere per contribuire alle misere entrate della nostra famiglia. Era il nostro unico figlio, mio marito e io stavamo invecchiando e abbiamo pensato che ci avrebbe aiutati con quel lavoro.Ma la salute di Britto peggiorava e la famiglia non sapeva cosa fare: “A un certo punto non se l’è più sentita di continuare e ha lasciato il lavoro. Un giorno la febbre era molto alta, aveva la nausea e ha vomitato sangue. Le analisi hanno dato il fegato per spacciato. Con enormi sacrifici e chiedendo prestiti a chi poteva aiutarci l’abbiamo fatto ricoverare in ospedale, dove ci hanno detto che era necessario sottoporlo a dialisi. Per assicurargli le cure abbiamo dovuto vendere la casa, la nostra terra, gli animali e, pur avendo venduto tutto, non ce l’abbiamo fatta. Dopo 6 mesi passati a letto è morto. Non avevamo i soldi nemmeno per seppellirlo. Da allora in poi anche la nostra salute è peggiorata, mio marito sta sempre male e non abbiamo più nessuna fonte di reddito in famiglia.”

Altri operai hanno condiviso con Britto la sua triste sorte. Tutti avevano lavorato alla fabbrica di termometri di Unilever a Kodaikanal, chiusa 14 anni fa a seguito della rilevazione di altissimi indici di inquinamento da mercurio (risultati aggiornati allo scorso giugno segnalano ancora elevati residui di mercurio nella zona). Tutti erano stati esposti a questa potentissima tossina che intossica il fegato. L’azienda però, pur avendo dichiarato la chiusura della fabbrica nel 2001 a seguito delle denunce di Greenpeace e di altre realtà ambientaliste che avevano reso noti i retroscena della produzione, contesta le richieste degli ex dipendenti che imputano alla gestione della fabbrica i notevoli peggioramenti di salute dovuti all’esposizione al mercurio. I familiari dei lavoratori hanno infatti dichiarato che gli operai non erano nemmeno dotati di equipaggiamento protettivo, né venivano informati degli altissimi rischi che correvano a causa dei terribili impatti del mercurio sulla salute.

Lo scorso 25 settembre un comunicato stampa dell’organizzazione Kodai Mercury segnala che 45 vincitori di premi legati alla tutela ambientale e ai diritti umani provenienti da 30 Paesi (tra cui anche Vandana Shiva) hanno indirizzato una lettera a Paul Polman, direttore generale di Unilever insignito del premio 2015 “Champions of the Earth”. Cosa si chiede? Il testo integrale lo si può leggere qui ma, in poche parole, si invita Polman a non dimenticare che il premio porta con sé una “onerosa responsabilità” e a intervenire personalmente per assicurare una sistemazione dignitosa ai lavoratori e alle famiglie che hanno subito contaminazioni legate al mercurio, nonché per bonificare la zona secondo standard internazionali.

La fabbrica, di proprietà della Hindustan Unilever, rimane inoltre responsabile dell’inquinamento dell’area circostante che, dalla chiusura a oggi, non è mai stata bonificata, con gravi conseguenze per le foreste circostanti e le falde acquifere.

Purtroppo le famiglie non possono affrontare da sole le spese per l’assistenza medica di cui avrebbero bisogno. Hanno perciò cercato di convincere i proprietari della fabbrica a recuperare l’area e a sostenere le spese per le cure ospedaliere, attivando una campagna internazionale – con la possibilità di firmare una petizione per sostenere loro e la causa che vuole rendere concrete le parole di Polman, il quale ha fatto di politiche rispettose di lavoratori e ambiente la chiave distintiva del suo operato. Proprio il ruolo che ricopre gli permetterebbe di intraprendere azioni unilaterali che costringano la sede distaccata della Unilever ad assumersi le proprie responsabilità.

Un invito in questo senso proviene anche da Sofia Ashraf, faccia pulita ma piglio deciso. Sofia è una giovane cantante indiana originaria del Tamil Nadu, salita agli onori della cronaca – e diventata famosa – a suon di rap e diritti (snocciolati indossando un burqa). Il singolo “Kodaikanal Won’t”, nonostante tragga ispirazione da una hit meno impegnata e dalla discutibile poesia (Anaconda di Nicki Minaj), al di là dei rimandi di note rappresenta una durissima denuncia al sopruso: “Kodaikanal non si tirerà indietro” si avvisa, “fino a quando Unilever non riparerà ai danni”. Complici i social network, la campagna ha fatto il giro del mondo e il silenzio dei vertici non potrà durare ancora per molto. Aspettiamo anche noi la necessaria risposta.

 

fonte: unimondo.orgkodaikanal-wont

Gelati: Nestlè e R&R si alleano, nasce un colosso da 3 miliardi

Dopo che Unilever ha rilevato la catena gelatiera italiana Grom con 65 punti vendita nel mondo, sta giungendo a conclusione la trattativa da 3 miliardi di euro tra Nestlè e la britannica R&R Ice Cream (presente anche in Italia con i marchi Del Monte e Oreo). Tra brand coinvolti Toblerone, Milka, Oreo, Del Monte (R&R), oltre che Motta, Cremeria, Antica Gelateria del Corso (Nestlè).

C’è aria di nozze nel mondo del gelato. E’ infatti in dirittura d’arrivo la trattative tra due giganti del settore, Nestlè e la R&R (fondo PAI Partners), per la creazione di una joint venture con impatto prevalentemente in Europa e Africa. Un’operazione da 3 miliardi di euro che coinvolgerà brand come Toblerone, Milka, Oreo, Del Monte (R&R), oltre che Motta, Cremeria, Antica Gelateria del Corso (Nestlè), con l’obiettivo di rafforzare le vendite mondiali.

R&R, controllata dal fondo private equity francese PAI, ha un fatturato di 900 milioni di euro, è il terzo player mondiale del gelato dopo Unilever e Nestlè ed è presente in Italia con un sito produttivo a Terni. La società è presente anche nel Regno Unito, in Germania, Francia, Polonia, Sud Africa e Australia. Il suo business è concentrato nel canale ‘in home’, ovvero quello che riguarda i gelati venduti nella grande distribuzione e consumati a casa. La Nestlè invece è leader nell”out home’, ovvero il gelato confezionato che si acquista fuori dalla grande distribuzione, nei bar o in gelateria. Alla joint venture, di cui la R&R ”entrerà a far parte nella sua interezza”, Nestlè – secondo quanto si apprende – ”contribuirà includendovi il business del gelato presente in Europa, Egitto, Filippine, Brasile e Argentina”. E farà parte della joint venture ”anche il business europeo dei surgelati, ad eccezione della pizza”. Una combinazione che ”garantirà alla joint venture la presenza in canali complementari sia nei mercati maturi che in quelli emergenti dall’emisfero nord a quello sud”.

A conclusioni dei colloqui e delle consultazioni sindacali e dopo il via libera delle autorità competenti, si darà luogo al nuovo assetto nel corso del 2016. Ad ognuna delle parti spetterà il 50% della nuova joint venture, che opererà in oltre 20 paesi impiegando più di 10.000 persone. La nuova joint venture avrà come Chairman l’attuale Executive Vice President Europa, Medio Oriente e Nord Africa di Nestlè Luis Cantarelli, mentre il Ceo sarà il numero uno di R&R Ibrahim Najafi. Il board di controllo sarà composto da Nestlè e PAI Partners in egual misura.
R&R e Nestlè collaborano già da 14 anni. Prima nel Regno Unito e in Irlanda, poi in Australia e Sud Africa, paesi in cui R&R ha la licenza dei marchi Nestlè.

Fonte ansa.it 06/10/2015

I gelati di Grom venduti a Unilever. La gestione resta ai fondatori

310x0_1443715961077_combo_gromUnilever annuncia l’acquisizione di Grom, l’azienda italiana produttrice di gelato fondata nel 2003 a Torino dai soci Federico Grom e Guido Martinetti. L’acquisizione di Grom, spiega Unilever in una nota, rafforza ulteriormente il portfolio del gruppo nella categoria ice-cream. Oggi Grom è un’azienda dal marchio premium che produce gelato italiano e conta 67 negozi in Italia e nel mondo. Il business Grom «resterà autonomo e continuerà a essere gestito da Federico e Guido da Torino».

Unilever, gigante da 48,4 miliardi di euro (dato 2014), è presente sul mercato con i marchi Algida e Magnum (in Italia proprio in questi giorni è in corso una vertenza su 151 esuberi nello stabilimento di Pasacarola, in Campania). Gli ultimi dati relativi al fatturato della casa di gelati torinese registravano un fatturato di circa 30 milioni di euro e circa 650 collaboratori.

Una nota diffusa da Grom precisa che «questa collaborazione rappresenta per Grom una straordinaria occasione per continuare il percorso virtuoso che ne ha caratterizzato la storia: partire dall’agricoltura e, scegliendo le migliori materie prime, valorizzare il gelato italiano di qualità portandolo nei piu’ importanti mercati del mondo».

I termini dell’accordo non vengono resi pubblici dalle parti. Uno dei due fondatori, Guido Martinetti, afferma che la casa di gelati «continuerà ad utilizzare i migliori ingredienti provenienti dalla nostra azienda agricola biologica Mura Mura e quelli realizzati dai nostri fornitori, e manterremo la produzione a Torino, per continuare ad offrire ai nostri consumatori i gelati ed i sorbetti che amano» e aggiunge «siamo orgogliosi di aver la possibilità di lavorare insieme ai migliori manager di Unilever, perché siamo certi che grazie alle loro competenze e alla loro conoscenza dei mercati internazionali riusciremo a realizzare il sogno, nato 12 anni fa in un piccolo negozio nel centro di Torino, di portare il gelato italiano di qualità nel mondo».

A sua volta Federico Grom sottolinea che il passaggio di proprietà dell’azienda «è un traguardo importante perché ci permette di realizzare le nostre ambizioni. Unilever – aggiunge – è una realtà internazionale con importanti radici in Italia e una forte conoscenza del nostro mercato, dove è presente da 50 anni. Riteniamo che Unilever, con la quale condividiamo valori fondamentali, come la cura della qualità e della filiera agricola, sia il partner giusto per fare un ulteriore passo in avanti, e portare così il nostro brand ed i nostri prodotti in nuovi paesi».

(Radiocor – Il Sole 24 Ore) fonte: http://www.ilsole24ore.com

L’agricoltore francese avvelenato dall’erbicida vince la sua battaglia contro Monsanto

Il colosso Usa dovrà risarcire un contadino di cereali di Bernac. Nel 2004 era rimasto intossicato dal prodotto utilizzato (e poi vietato) per il mais

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Davide contro Golia. Ossia il piccolo agricoltore francese che la spunta contro una multinazionale americana: la corte d’appello di Lione ha condannato il gruppo Monsanto, ritenuto responsabile dei gravi problemi di salute vissuti da Paul François, coltivatore di cereali a Bernac, nella Charente, profondo Ovest agricolo della Francia.

L’uomo è stato intossicato da un erbicida utilizzato per il mais e prodotto dalla società americana. «È un grande sollievo per me. Mi metto alle spalle otto lunghi anni di lott », ha detto François, dopo aver ascoltato la sentenza, che condanna Monsanto a risarcire « totalmente » il contadino per i danni fisici subiti. È la prima vittoria di questo tipo da parte di un agricoltore francese contro la multinzionale.

I fatti risalgono al 2004. François si ritrova a pulire un serbatoio contenente del Lusso, l’erbicida ora nell’occhio del ciclone. Sarebbero le inalazioni del gas tossico emanato da quel prodotto che avrebbero causato al contadino gravi problemi neurologici, classificati ormai dalle autorità francesi come malattia professionale dal 2010. «Vivo permanentemente sotto una spada di Damocle, ho delle lesioni che evolvono lentamente ». È classificato come handicappato parziale.

Nel 2012 in primo grado la giustizia francese gli aveva già dato ragione. Adesso Monsanto potrebbe fare ricorso alla Cassazione ma per il momento l’eventualità appare improbabile. In realtà Monsanto ha ritirato il Lasso dalla vendita in Francia nel 2007. E lo aveva già fatto nel lontano 1985 in Canada e nel 1992 in Belgio e nel Regno Unito. Nonostante questo i rappresentanti dell’azienda hanno continuato a difendersi durante il processo affermando che « il prodotto non era pericoloso ».

di LEONARDO MARTINELLI – fonte: lastampa.it 10-09-2015

Maltrattamenti e crudeltà nell’allevamento di polli, Mc Donald’s rescinde il contratto con fornitore

Nel video caricato su YouTube, e ripreso nella fattoria T&S Farm di Dukedom, si vedono più addetti alla soppressione degli animali usare lunghi bastoni dalla punta aguzza con cui spaccano crani senza andare troppo per il sottile e spezzare colli e ali del pollame tenendo la testa degli animali schiacciata sotto la suola delle scarpe e tirando il corpo al contrario.Chicken-McNuggets

Troppa crudeltà nell’uccidere i polli. McDonald’s si copre gli occhi e taglia la fornitura di pollame alla T&S Farms, uno tra i più grandi allevamenti degli Stati Uniti. Ancora una volta a scatenare la reazione indignata di un grande colosso industriale è un video girato clandestinamente da un gruppo animalista, Mercy for Animals. Nel video caricato su Youtube, e ripreso nella fattoria T&S Farm di Dukedom nel Tennessee, si vedono più addetti alla soppressione dei polli usare lunghi bastoni dalla punta aguzza con cui spaccano crani senza andare troppo per il sottile e spezzare colli e ali del pollame tenendo la testa degli animali schiacciata sotto la suola delle scarpe e tirando il corpo al contrario.

T&S è uno dei maggior produttori di carne di pollo per la Tyson Foods Inc., che a sua volta rifornisce direttamente McDonald’s. Dopo aver preso visione del filmato, entrambe le aziende hanno reciso immediatamente i legami con l’allevamento di pollame del Tennessee. Vale Sparkman, portavoce della Tyson, ha spiegato che sulla base “di quello che abbiamo visto nel video, abbiamo rescisso il contratto di fornitura di polli dalla T&S per la nostra azienda. Siamo impegnati nel garantire il benessere animale, e questo video non descrive di certo come trattano i polli gli allevamenti da cui ci riforniamo”. McDonald’s, attraverso un comunicato, ha definito le azioni compiute nel video come qualcosa di “inaccettabile” e ha espresso il suo sostegno alla Tyson per aver posto fine al contratto con il fornitore incriminato. “Stiamo lavorando assieme a Tyson Foods per approfondire la situazione e rafforzare le nostre prospettive riguardo il tema della salute e del benessere animali a livello di fornitori”, c’è scritto nella dichiarazione della multinazionale del fastfood.

Vandhana Bala, uno degli avvocati di Mercy for Animals, ha spiegato i retroscena dello scoop. Il video è stato registrato di recente da uno dei componenti del gruppo che ha presentato domanda per un lavoro in T&S. L’uomo avrebbe lavorato presso l’azienda agricola per circa quattro settimane e durante quel periodo ha assistito ad oltre 100 casi di abuso e crudeltà sui polli. L’attivista di Mercy for Animals ha poi verificato diverse atrocità commesse sugli animali della T&S: i polli sono stipati in baracche dove rimangono sempre a contatto con le proprie feci prima di essere trasportati al macello; poi vengono spinti a crescere molto in fretta finendo per essere paralizzati dal loro peso. Decine di migliaia di polli vengono quotidianamente trasportati in un macello di Union City, nel Tennessee, dedicato esclusivamente alla creazione di carne per il classico Chicken McNuggets e altri prodotti di pollo per McDonald’s. “E’ importante per McDonald’s prendere una posizione etica contro questo tipo di orribili forme istituzionalizzate di maltrattamento degli animali”, ha dichiarato Bala al quotidiano Usa Today che a sua volta ha provato, senza ottenere risposta, a porre alcune domande ai responsabili dell’allevamento incriminato. McDonald’s, più volte nel mirino di animalisti e associazioni di consumatori, nel marzo 2015 aveva rivisto diversi ingredienti del proprio menù nei suoi ristoranti americani iniziando ad utilizzare polli privi di antibiotici e latte parzialmente scremato proveniente da mucche non cresciute con l’ormone artificiale rbST.

Infine, il video che ha suscitato le proteste di Tyson Food Inc. e McDonald’s è l’ultimo di una serie di denunce da parte di gruppi animalisti che cercano di mettere in luce le brutalità e le cattive condizioni di vita di pollame e bestiame allevato con fini commerciali. Tra gli obiettivi dei blitz animalisti, praticati in Italia ultimamente dall’associazione Essere Animali, c’è anche quello di un controllo più rigoroso sugli allevamenti del cibo che mangiamo anche se per molti legislatori in stati come Iowa, Missouri e Kansas, è avvenuto esatto contrario, sventolando sotto al naso degli animalisti la possibilità di multe salate, o addirittura il carcere, per aver girato video sotto copertura all’interno di un luogo di lavoro che vieta questa pratica.

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it     di Davide Turrini | 28 agosto 2015

Nestlè accusata di sfruttare la schiavitù in Thailandia

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Una class action è stata presentata in un tribunale statunitense contro Nestlé. La multinazionale svizzera è stata accusata di aver venduto le scatolette di cibo per gatti “Fancy Feast” sapendo che il pesce contenuto è stato fornito da un’azienda thailandese accusata di tenere in condizioni di schiavitù i lavoratori. Del caso si sono occupati i principali media americani: qui si può leggere il resoconto di Yahoo Finance, qui l’articolo del New York Times che parla, avendo consultato i documenti delle Dogane Usa, del coinvolgimento non solo di Nestlè ma anche di marchi come Iams e Meow Mix.
“Nascondendo al pubblico questi fatti”, ovvero lo sfruttamento del lavoro, “Nestlé ha effettivamente raggirato milioni di consumatori, che hanno così sostenuto e incoraggiato il lavoro forzato su prigioni galleggianti” ha detto l’avvocato Steve Berman, che rappresenta le quattro persone che hanno presentato la class action “in nome di tutti gli acquirenti di Fancy Feast in California”. “È un fatto che migliaia di acquirenti non avrebbero comprato questo prodotto se avessero saputo la verità, ovvero che centinaia di persone sono messe in schiavitù, picchiate e persino uccise durante la produzione di questo cibo per animali”.
Nestlé ha risposto che il lavoro forzato “non ha posto nella nostra catena di fornitura”. L’azienda non ha commentato l’azione legale, ma ha detto che sta lavorando con un’organizzazione non governativa per “identificare dove vi siano abusi e lavoro forzato” in Thailandia e nel sud-est asiatico. Secondo la class action, Nestlé lavorerebbe con Thai Union Frozen Products Pcl per importare più di 13 milioni di chilogrammi di cibo per animali da vendere negli Stati Uniti e che alcuni degli ingredienti dei suoi prodotti sarebbero il frutto di lavoro forzato.

http://www.ilsole24ore.com/ 29-08-2015

Approfondimento: Nestlè denunciata per aver sostenuto forme di schiavismo nel sud est asiatico. Non sarebbe il caso che anche i consumatori italiani vengano avvertiti?

Olio di palma: traffico di esseri umani, violenze e abusi in Malesia. Il prodotto arriva a Nestlé e Procter & Gamble

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Un’inchiesta del Wall Street Journal denuncia gli abusi a cui sono sottoposti i migranti, in particolare del Bangladesh e di Myanmar (Birmania), che vengono portati a lavorare nelle piantagioni di palma da olio in Malesia. È stata ricostruita la vicenda del ventiduenne Mohammad Rubel, che dallo scorso dicembre, quando è arrivato dal Bangladesh attraverso l’intermediazione di trafficanti di esseri umani, ha lavorato sette giorni su sette, senza ricevere alcuna retribuzione.

Dopo un viaggio durato 21 giorni, in circa 200 su un peschereccio di contrabbandieri lungo dodici metri, con cibo e acqua scarsi, e decine di morti, Rubel è stato trattenuto per settimane in un accampamento nella giungla, sino a che i trafficanti sono riusciti a estorcere un riscatto ai suoi genitori in patria. Rubel racconta di aver visto decine di migranti morire per sfinimento, malattie o percosse.

Continua…

Beniamino Bonardi

Fonte: ilfattoalimentare.it   Data: 7/8/2015

Milano, dopo 30 anni chiude McDonald’s: la sua ricetta non piace più in Italia (e nel mondo)

Chiude un punto vendita Mcdonald’s a Milano dopo ben 30 anni di attività. Una crisi che ha investito il marchio nella sua interità e che non sembra essere passeggera. Le previsioni, infatti, non sono affatto rosee.

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Sarà un caso sicuramente, ma proprio mentre lo stile italiano continua a conquistare nuovi spazi nelle maggiori capitali del mondo, come Londra, dove dopo la “trattoria” in stile italiano di Angela Hartnett sarà la volta dello chef Jacob Kenedy di inaugurare la sua “pizzeria” italiana, Vico, dove sarà possibile mangiare “street food” di origine rigorosamente italiana a prezzi assolutamente abbordabili (Kenedy è del resto da tempo innamorato dell’Italia: è suo, infatti, il ristorante di lusso Bocca di Lupo, sempre a Londra), lo stile “fast food” è sempre più in crisi, a cominciare dall’insegna più nota al mondo, quella di McDonald’s. Non è un caso che il 19 Luglio abbia chiuso il primo McDonald milanese, quello di San Babila, aperto ormai 30 anni fa.

Non solo da un paio d’anni almeno le trimestrali del gruppo si succedono deludendo quasi invariabilmente le attese di analisti e investitori: secondo un sondaggio condotto da Mark Kalinowski, analista finanziario che da anni è specializzato nel settore della ristorazione, avendo lavorato tra l’altro per broker come Janney Montgomery Scott, Buckingham Research Group e Citigroup, le cose rischiano di andare ancora peggio in futuro. Le previsioni per i prossimi sei mesi sono infatti al loro minimo storico.

Mark ha chiesto a 29 franchisee che nel complesso posseggono 208 ristoranti McDonald’s in tutti gli Stati Uniti, di indicare le proprie previsioni sull’andamento degli affari nei prossimi sei mesi dell’anno utilizzando una scala da 1 (deludente) a 5 (eccellente): il risultato medio è risultato pari a 1,69, il minimo da quando 12 anni fa Mark ha iniziato a condurre questo sondaggio. Notare che il minimo precedente era stato toccato, solo tre mesi fa, con un indice medio di 1,81.

Non è solo una questione di aspettative: dall’indagine è emerso che in giugno le vendite dei 29 franchisee sono in calo mediamente del 2,3% annuo, calcolate sui soli ristoranti che erano già aperti 12 mesi fa (“same store sales”) e che ci si aspetta un ulteriore calo dell’1,2% nel mese di luglio. Un dato peggiore delle attese degli analisti di Wall Street, il cui consenso parla tuttora di un incremento delle vendite, fatto che rischia di portare a nuovi cali del titolo in borsa.

Cosa non sta funzionando del tentativo, messo in atto da tempo, di far voltare pagina al gruppo? Uno dei partecipanti al sondaggio è stato fin troppo esplicito: “L’azienda non ha risposte. Loro (i manager di McDonald’s, ndr) stanno provando a gettare delle idee contro il muro, sperando che qualcuna attecchisca. La loro arroganza complessiva è venuta alla radice”. Almeno in questo le grandi corporation Usa non sembrano molto dissimili da quelle di tutto il resto del mondo, ma se in altri casi l’arroganza del management può essere tollerata dai risultati che ottiene, in casa McDonald’s non è così.

Eppure McDonald’s ha reagito alla pubblicazione del report, che a Wall Street ha ceduto giovedì l’1,8% e venerdì un ulteriore 0,37%, con una nota sdegnata in cui si sottolinea come siano “circa 3.100 i franchisee che possiedono e gestiscono ristoranti McDnald’s in tutti gli Stati Uniti. Meno dell’1% di essi è stato intervistato per questo report. Valutiamo il feedback dei nostri franchisee ed abbiamo solide relazioni di lavoro con essi”.

A giudicare dalla risposte dei singoli partecipanti al sondaggio non si direbbe che le cose stiano così, almeno non in tutti i casi. Tra le lamentele più frequenti, sono state citate deboli azioni di marketing, una “povera” percezione da parte della clientela e l’ignoranza dell’azienda (ovvero dei suoi manager). Uno dei rispondenti ha ad esempio spiegato che le sue vendite “continuano a calare a causa dei nuovi concorrenti” e di non attendersi niente di buono per tutto il 2015. Un altro ha spiegato che “almeno metà degli operatori della mia regione sono sull’orlo di un collasso. Con la paga minima dei dipendenti dei fast food che potrebbe continuare a crescere, siamo affrontando una situazione di crisi”.

Il sospetto di molti analisti, tuttavia, è che più che un problema di costi o di marketing non particolarmente brillante, McDonald’s non stia riuscendo a tener testa a nuovi e più aggressivi concorrenti, da Shake Shack a Sonic piuttosto che Whataburger, le cui vendite sono costantemente in crescita e che dunque erodono la base-clienti di McDonald’s mese dopo mese. Nel tentativo di metterci una pezza a maggio il Ceo Steve Easterbrook ha annunciato un piano di ristrutturazione che dovrebbe portare a 300 milioni di dollari di risparmio all’anno e che prevede, tra l’altro, che entro il 2017 solo il 10% dei ristoranti con insegna McDonald’s sia di proprietà dell’azienda, contro l’80% attuale.

Inoltre la società inizierà a diffondere i risultati di vendita solo più su base trimestrale, e non mensile come finora, a partire dal terzo trimestre dell’anno. Mosse che mi paiono molto difensive e forse persino all’insegna di una minore trasparenza, come se il management pensasse che a far guadagnare terreno alla concorrenza sia l’eccessiva conoscenza della “ricetta” aziendale di McDonald’s. Non sembra tuttavia essere questa la sola né la principale causa di debolezza della maggiore catene di fast food al mondo, che ha iniziato ad andare in crisi prima sui mercati internazionali, poi anche negli Usa, per non aver saputo proporre nuovi menù in grado di soddisfare una clientela sempre più esigente e non necessariamente con poco denaro da spendere. Che McDonald’s sia destinata ad essere la vittima più illustre della crescita del reddito mondiale? L’ipotesi al momento non può essere esclusa.

fonte: http://www.fanpage.it/  –  20 luglio 2015

 

Il colonialismo armato delle multinazionali. Il caso della multinazionale Chiquita in Colombia.

Chi sostiene le varie guerre che insanguinano il mondo, fonte di instabilità planetaria e degli esodi di massa? Ecco il caso in Colombia della Chiquita Brand, quella del bollino blu, con sede principale negli Stati Uniti, multinazionale della frutta che domina il mercato delle banane, presente in 11 paesi con un fatturato di 2,2 miliardi di dollari.

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Tre centesimi di dollaro per ogni cassa di banane. Era questo il racket che la multinazionale alimentare pagava ai paramilitari di estrema destra delle Autodefensas Unidas(Auc), affinchè garantissero protezione alle proprie piantagioni dalla guerriglia delle Farc. Il fatto è già noto, la Chiquita, che inonda i supermercati e i negozi con il bollino blu, è stata condannata a pagare 25 milioni di dollari.

Quello che però è più recente è il fatto che le 934 vittime, che vengono attribuite alla Chiquita tramite la mano dei gruppi armati che finanziava e che erano tra i protagonisti della guerra in Colombia, non avranno giustizia. 4mila colombiani hanno sporto denuncia presso i tribunali statunitensi contro la multinazionale di quel paese; ma i tribunali a stelle e strisce hanno risposto di non essere competenti poiché i fatti sono avvenuti fuori dalle frontiere degli Stati Uniti. In verità non sempre è stata eccepita l’incompetenza territoriale per quello che a lungo è stato considerato l’orto di casa.

Secondo la versione dell’azienda tutto ebbe inizio nell’anno 1995. Un pulmino di suoi operai, nella regione dell’Urabà, fu fermato dai paramilitari delle Auc mentre si dirigeva in uno dei molti campi di banane della zona. Gli occupanti furono fatti scendere, costretti ad inginocchiarsi e mentre guardavano per l’ultima volta il fertile orizzonte della regione falciati tutti a colpi di fucile. Morirono in 38 e la Chiquita per evitare altre azioni incominciò a pagare ai paramilitari il pizzo che chiedevano.

Versione non si sa quanto credibile. Infatti, già nel 1928, quando si chiamava United Fruit, l’azienda bananiera ordinò all’esercito colombiano, come fosse al suo servizio, di porre fine allo sciopero dei suoi braccianti con la famigerata strage di Aracataca in cui morirono 300 persone e che Gabriel Garcia Marquez ha descritto nel suo capolavoro “Cent’anni di solitudine”.

La multinazionale ha già confessato di aver finanziato le Auc, organizzazione armata attiva nell’alimentare il terrore nel paese sudamericano ed emanazione del narcotraffico, con 1,7 milioni di dollari tra il 1997 e il 2004, ma non sarà processata per la sua partecipazione alle stragi di inermi cittadini, grazie a cavilli formali. Anche se il famigerato capo supremo delle Auc, Carlos Castano Gil ha raccontato in un’intervista al El Tiempo, quotidiano colombiano, che il 5 novembre 2001 arrivò nel porto di Zungo un grande cargo battente bandiera panamense che scaricò direttamente in un magazzino della Chiquita 23 container, ufficialmente carichi di palloni di gomma, in verità di 3mila fucili AK 47 e 5 milioni di cartucce calibro 5,62. Le armi erano destinate dalla multinazionale con il bollino blu ai paramilitari delle Auc.

La Chiquita, attraverso una complessa ingegneria finanziaria è ancora ben presente in Colombia e ha continuato a versare ingenti quantità di denaro alle cooperative di sicurezza, dietro cui si nascondono tuttora le Auc. Lo ha affermato il quotidiano di Bogotà, El Espectador.

– di: Pedro Cardenas –

fonte: http://100passijournal.info   –   14/07/2015

Kraft-Heinz, la fusione ora è ufficiale

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Sarà la settima food & beverage company al mondo, guidata dal brasiliano Hees. Previsti subito tagli ai costi per 1,5 miliardi di euro.

 

 

The Kraft Heinz Company è ora una realtà. L’approvazione della fusione da parte degli azionisti di Kraft Foods dà il definitivo via libera all’operazione nata a marzo con la proposta lanciata da H.J. Heinz, che delle due entità è quella che “compra”. Nasce così ufficialmente un colosso da 29,1 miliardi di dollari di fatturato aggregato (dati 2014), ovvero 26,2 miliardi di euro, somma dei 10,9 miliardi di dollari di fatturato di Heinz, cui si aggiungono i 18,2 miliardi di Kraft. La proprietà sarà per il 51% dei soci di Heinz, ovvero la Berkshire Hataway di Warren Buffet e il fondo a capitali brasiliani 3G Capital, che rilevarono qualche anno fa la società pariteticamente. Sarà quotata alla borsa di New York.

La nuova società, lo dimostra il fatturato, sarà un big mondiale del food & beverage: nella speciale classifica per ricavi in euro (bilanci 2014) si posiziona direttamente al settimo posto che vede in testa Nestlè con 91,6 miliardi di franchi svizzeri (85,8 miliardi di euro), PepsiCo con 66,7 miliardi di dollari (60 miliardi di euro), Ab Inbev con 47 miliardi di dollari (42 miliardi di euro), The Coca-Cola Company con 45,9 miliardi di dollari (41,3 miliardi di euro), Jbs con 120,5 miliardi di Real brasiliani (34,9 miliardi di euro), Mondelez Internazional con 34,2 miliardi di dollari (30,8 miliardi di euro).

Sono arrivate subito le nuove nomine di vertice: l’amministratore delegato del nuovo colosso sarà il brasiliano Bernardo Hees, già a capo di Heinz, mentre a capo delle operazioni europee ci sarà Matt Hill, anch’esso di derivazione del colosso del ketchup. Molte le fuoriuscite tra il management di Kraft, com’era lecito attendersi. Nei prossimi 2 anni la società procederà a tagli di costi per 1,5 miliardi di dollari: uno sforzo decisamente importante ma in linea con l’operatività di 3G capital, nota nel mondo per la capacità tagliare all’osso le spese. Quando acquisì Heinz taglio 7400 pusti di lavoro e chiuse 5 stabilimenti produttivi.

In parallelo alla ridefinizione dei costi partirà anche la revisione delle ricette e dei prodotti: lo aveva lasciato intendere lo stesso Warren Buffet lo scorso marzo mentre illustrava l’operazione: l’Oracolo di Omaha aveva esplicitamente parlato di una sfida salutistica per le grandi multinazionali del cibo, che non può essere ignorata perché arriva da richieste molto precise dei consumatori. La nuova conglomerata agirà in questo senso, è il parere di alcuni analisti americani che hanno commentato l’operazione.

fonte: http://www.foodweb.it/     6-7-2015